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Tra Cile, Bolivia e Perù. Per deserti d’alta quota e
laghi salati
Diario di una spedizione in bici ai confini
dell'immaginario. Su piste impossibili e distese
accecanti. Tra villaggi carichi di mistero
di Daniele Robino
Può succedere che un giorno vi
svegliate e vi troviate in uno dei luoghi più fantastici
del mondo, che prendiate la bicicletta e percorriate per
primi una delle valli più sconosciute del Tibet del
continente americano: la Bolivia. Risalendo verso nord
la valle ai piedi della Cordillera Apolobamba e,
superata la deviazione per la Valle de Amarete a 4500
metri, trovandovi di fronte alla maestosità di cime come
l’Akamani...
Proprio qui, in pieno inverno
australe, stavo tentando di pedalare sotto una tremenda
tempesta di neve. Pensando a ritroso, quel giorno poteva
essere il 25 agosto. Avevo trascorso la notte sveglio
nella tenda sbattuta dal vento, ero ripartito solo,
stanco e affamato e per il quinto giorno consecutivo
pedalavo su un fondo terribile di fango e neve, contro
proiettili di ghiaccio che mi colpivano il viso... Ma la
mia avventura non era iniziata lì.
Il
deserto
Luglio 2001. Dopo mesi di
preparativi, estenuanti allenamenti e notti insonni a
studiare le carte, il sogno diventa realtà. Ad
Antofagasta, sulla costa dell’oceano Pacifico in Cile,
ho l’appuntamento con la mia grande
avventura.
Senza accorgermi mi trovo alle porte
del deserto di Atacama e sono subito sole, polvere e 150
chilometri di sabbia e sale, verso la laguna Chacka in
pieno salar de Atacama. La notte i cristalli di sale e
gesso sparsi sul terreno brillano di luce riflessa.
Lasciate le case intonacate di fango e l’ombra degli
alberi di pimento dell’omonima San Pedro, devo
percorrere tutto l’estremo nord del Cile, attraversando
il deserto più arido del mondo.
Affacciato sul
Pacifico, il deserto di Atacama mi mostra regioni dove
negli ultimi dieci anni non è caduto un solo millimetro
di pioggia. Sono momenti particolari, questi, si crea un
vuoto dentro lasciato dalla partenza e non si ha ancora
nulla per colmarlo. Davanti solo la strada, l’ansia per
il futuro e la gioia dell’inizio. La sua desolazione è
affascinante, coinvolgente e solo dopo alcuni giorni la
mia mente comincia ad abituarsi al suo silenzio e al suo
vuoto.
Fa caldo, gli occhi mi bruciano per il
sudore, per giorni non trovo acqua e questo mi costringe
a 12 litri di scorta, che porta il peso della bici a più
di 60 chilogrammi. Per evitare l’asfalto della monotona
Panamericana, percorro vecchie piste ormai abbandonate
che collegano antiche miniere di salnitro, i cui
scheletri di metallo che campeggiano nel deserto sono
l’unica testimonianza di un’antica presenza in queste
immense distese desertiche.
Le poche
informazioni sulla direzione e sull’effettiva
percorribilità richiedono continuamente bussola e carta.
Sono all’inizio del mio viaggio e ancora pieno di
energie, quindi gli interminabili chilometri di sabbia
in cui affondo non mi creano preoccupazioni. È difficile
trovare un luogo tanto inospitale sul pianeta. I pochi
villaggi che incontro, a distanze di oltre cento
chilometri, mi accolgono con case di terra e polvere,
unico riparo dopo una difficile giornata. Il caldo è
ossessivo, 30 -35 gradi, l’aria secca e sabbiosa mi
prende alla gola e non vedo un albero all’orizzonte.
L’unico compagno il sole, l’unico sollievo l’ombra della
mia bicicletta, nella quale trovo riparo.
Alterno
lunghe giornate in questa infinita landa desolata e
riarsa con alcuni tratti di asfalto, per collegare le
piste e riposare le gambe. Sono stato così concentrato
nell’affrontare le prime fatiche e nell’abituarmi
mentalmente a questa nuova realtà, che solo ora, seduto
davanti alla tenda, mi rendo conto delle dimensioni di
quanto ho iniziato. Di fronte il sole tramonta sulla
terra rosso bruciato e sulle rocce sabbiate, scolpite
per milioni di anni dal vento, inondando l’orizzonte di
arancio e rosa. Gioia mista ad ansia mi pervadono e
davanti ho ancora tanta strada. Raggiungo Arica,
nell’estremo nord , al confine con il Perù, dove mi
concedo un paio di giorni per riposarmi e preparare i
nuovi materiali, perché da ora in poi mi dirigerò verso
l’altipiano boliviano dando inizio alla seconda fase del
mio progetto.
Verso il cielo
Da
Arica al passo Tambo Quemado sono 175 km che mi
porteranno a 4600 metri di altitudine al confine con la
Bolivia. Sono trascorsi 24 giorni di fatiche per
attraversare il deserto di Atacama, che da solo vale un
viaggio e ora tutto cambia: clima, paesaggio, tipo di
fatica. Per la prima volta supero i 4000 metri, dopo
cinque giorni di salita continua. Sono teso, mi chiedo
come reagirò alla fatica dell’altitudine nonostante mi
sia preparato accuratamente; ora non mi resta che
concentrarmi, senza concedermi distrazioni.
Di
notte, mentre fatico a riposarmi per il mal di testa,
comincio a capire cosa mi riserverà l’altipiano
boliviano. Una buca, uno scossone, quasi perdo
l’equilibrio, disorientato mi rendo conto che sono ore
che ho lo sguardo fisso sulla ruota anteriore che scorre
sulla strada. La fatica a questa altitudine mi coinvolge
tal punto da non lasciarmi pensare, concedendomi solo le
sensazioni fisiche. Lo sforzo delle gambe, l’aria sulla
faccia e cime innevate di oltre 6000 metri che si
riflettono in lagune da favola. Trascorro alcuni giorni
a pedalare ai piedi del vulcano Sajama, la vetta
boliviana più alta, incontrando isolati pueblos dove,
senza luce e mezzi di trasporto, la partita di pallone
al tramonto è l’unico svago dalle difficoltà quotidiane.
Il lago Titicaca, una paradossale macchia blu
schizzata in mezzo agli aridi territori dell’altipiano,
mi mostra le sue acque color zaffiro e i suoi panorami
mediterranei, che mi fanno sentire a casa per un’attimo.
Per alcuni giorni costeggio il lago navigabile più alto
del mondo, verso il confine con il Perù, per raggiungere
una delle regioni più remote e aspre della
Bolivia.
La valle sconosciuta
Da
Escoma parte una pista di 150 km che mi porterà nel
piccolo villaggio coloniale di Pelechuco, stretto tra le
alte vette della Cordillera Apolobamba. Sono forse il
primo ciclista a percorrere questa pista, che scorre
oltre i 4000 metri, tra i panorami superbi della catena
montuosa più alta e imponente di tutte le Ande.
È
una zona molto pericolosa per i frequenti atti di
banditismo e mi costringe a fare molta attenzione, a
cercare luoghi riparati e nascosti dove montare la
tenda. Pedalo teso e concentrato, affrontando tormente
di neve e venti fortissimi, superando continui passi
oltre i 4600 metri. Spesso, di mattino, la neve rende
impossibile riconoscere la pista, avvolto tra la nebbia,
in questo luogo così remoto. Fa freddo, mi sento solo,
più solo che mai in questa zona così desolata, selvaggia
e pericolosa, eppure così affascinante.
Voglio
conoscere alcuni villaggi dove ancora vivono i
Kallahuaya, sciamani discendenti dall’antica civiltà
Tiahuanaco, che ancora ricorrono a pozioni di erbe e
riti magici per guarire le malattie. L’accoglienza
spesso non è delle più cortesi, sono popolazioni gelose
delle loro antiche tradizioni e mi vedono come una
minaccia alla loro intimità. Il ricorso al massimo
rispetto e alla massima umiltà risolve di solito
situazioni potenzialmente pericolose e mi permette di
ottenere, a volte, un tetto di lamiera, un cafecito per
riscaldarmi e il sorriso curioso di qualche
bambino.
Così mi ritrovo dopo 10 giorni
nuovamente ad Escoma, stanco a ripulire bici e materiali
dall’enorme quantità di fango che mi ha ricoperto
completamente. Sono euforico per il traguardo
conseguito, mentre senza fatica mi dirigo verso la
capitale. La Paz mi accoglie con le sue braccia di città
moderna, in piena contraddizione con quanto vissuto fino
ad ora. Qui posso riposarmi, gioire del successo appena
conseguito e prepararmi alla salita dell’Huayna Potosì,
che con i suoi 6088 metri e la sua imponente bellezza è
una tra le vette maggiori e più conosciute della
Bolivia.
Per la prima volta abbandono la mia
bici, e in cinque giorni, aggregato a una spedizione
americana, raggiungo la cima tra tormente ed abbondanti
nevicate. È l’una di notte, i -18° mi gelano gli occhi ,
solo la lampada frontale rischiara i miei passi che
l’aria rarefatta rendono uno sforzo estenuante. Cammino
verso l’alba per ore come in un sogno, sentendo solo il
battito accelerato del mio cuore, che aumenta con
l’avvicinarsi della vetta. Ieri ero nel deserto più
arido del mondo e ora sono oltre i 6000 metri. È
terribilmente eccitante, qui percepisco la vera
dimensione del mondo, ma soprattutto la mia. Ma già i
ghiacciai sono un ricordo, quando comincio a percorrere
la pista verso Coroico, alle porte della foresta
amazzonica.
La foresta
Dai 4700
metri di La Cumbre parte quella che è considerata la
pista più pericolosa al mondo. È snervante pedalare su
un sentiero non più largo di tre metri con a fianco
strapiombi di oltre mille metri. Il fondo già sconnesso
e ulteriormente rovinato dalle frequenti cascate mi
accompagna mentre mi insinuo nella giungla infuocata,
altrimenti irraggiungibile.Col passare dei chilometri
aumenta la temperatura, così come la vegetazione che da
ormai tanto tempo non mi teneva compagnia. Ora pedalo a
35°, con la bandana sulla bocca per ripararmi dalla
polvere che ricopre la mia bici e si mischia al mio
sudore.
Scivolando lentamente verso la foresta,
incontro le magiche atmosfere di villaggi di frontiera,
popolati da cercatori d’oro, come Guanay e Rurenabaque,
dove assaporo incantevoli tramonti sul Rio Beni. Il
caldo e la polvere sono insopportabili, ma pedalare tra
la vegetazione della foresta accompagnato dai suoi
rumori è un’emozione indescrivibile. Colorati
pappagalli, scimmie, lucertole giganti mi danno il
benvenuto.
Eccomi in compagnia di Ariberto, una
guida indigena con la quale ho deciso di raggiungere a
piedi le fonti del rio Tuichi, lungo il quale vivono
ancora delle popolazioni indigene. Da otto giorni
cammino nel Parco Nacional Alto Madidi, uno dei tratti
piu’ selvaggi della foresta pluviale, con l’ 80% di
umidità, 35 ° e la sensazione di essere nel ventre della
terra. La natura selvaggia mi sfiora con i suoi rami,
sento il suo soffio caldo e umido sul viso, con gli
occhi gonfi di sudore. Purtroppo la rottura del mio
depuratore ci costringe ad attingere acqua all’interno
di un tipo particolare di liana, che solo grazie alla
mia guida riesco a riconoscere. Navighiamo in questo
mare verde con tute le attenzioni del caso per evitare
spiacevoli incontri con serpenti e giaguari, che per
fortuna vediamo solo da lontano. Quasi provo un senso di
abbandono, quando esco dal folto della vegetazione dopo
tanti giorni per costruire una zattera con la quale
ridiscendiamo il fiume. Un lento ritorno alla normalità,
al mio viaggio. La strada mi porta di nuovo verso le
alte e gelide distese dell’altipiano .
Ai
confini del cielo
Da Oruro mi dirigo a sud-
ovest su una pista che mi offre per tre giorni la
peggiore delle “calaminas”, le tipiche ondulazioni
prodotte dal passaggio dei fuoristrada. Alterno lunghi
momenti di solitudine a caldi momenti di contatto umano
che lasciano dentro di me una profonda ambivalenza
emotiva. Sono eccitato perché tra pochi giorni
raggiungerò il Salar de Coipasa, a nord del salar de
Uyuni, il lago salato più alto del pianeta. Il mio
progetto prevede la difficile combinazione dei due,
arrivando dalla pista del villaggio Chipaya. Umili
capanne di fango circolari sono le tipiche abitazioni di
questo solitario villaggio dove gli estranei non sono
particolarmente graditi. Per ore cerco di instaurare un
buon rapporto con un gruppo di giovani, vestiti con i
tipici mantelli boliviani, dimostrandomi umile e
bisognoso, ma soprattutto rispettoso delle loro
tradizioni. Il risultato è un’inaspettata ospitalità in
un magazzino di terra e acqua. Osservo curioso, ma non
faccio domande evitando l’invadenza.
Quasi a
ringraziarmi del rispetto, Juan il giorno della partenza
mi vuole spiegare come la gente dell’altipiano viva
combattendo quotidianamente contro il vento, la siccità,
il freddo pungente e l’elevata altitudine. Sono
campesinos, allevatori che lavorano tutta una vita per
strappare a questa terra la sola possibilità di
sopravvivere. Privi di ogni confort , non capiscono
perché io lasci le mie responsabilità e il mio benessere
per venire nelle loro terra. Capisco che il suo sguardo
silenzioso mi interroga e che non capirebbe le mie
motivazioni, così la mia unica risposta è una stretta di
mano: in silenzio e sorridendo mi allontano spingendo la
bicicletta.Un foglio scarabocchiato in modo
approssimativo dal mio amico è la mappa per trovare il
passaggio tra la montagne, per aggirare il salar
attualmente allagato da piogge fuori stagione. Le poche
indicazioni mettono a dura prova il mio senso
dell’orientamento mentre affondo nel fango misto a sale
per cercare la pista diretta a Llica. Con le riserve
d’acqua per solo un giorno, mi trovo costretto a un
bivio. Decido… e solo il mattino seguente l’ansia si
attenua, quando uscito da una profonda gola rocciosa mi
trovo sul lato sud dal salar.
Il mare
bianco
Di fronte a me 20.000 kmq di
abbaglianti distese di sale, residuo di laghi
preistorici che ricoprivano la zona oltre 10.000 anni
fa. Niente più foreste, niente più sabbia, né montagne.
In posizione assolutamente isolata mi avvolge un
paesaggio extraterrestre, un immenso mare bianco.
Chiamato l’autostrada più alta del mondo per il suo
fondo piano e liscio, ora si presenta sotto le mie ruote
come un’immensa distese di mattonelle esagonali alte più
di quindici centimetri.
Le forti piogge e il
vento hanno reso il fondo così sconnesso che mi permette
solo 5/6 km l’ora e le terribili vibrazioni danneggiano,
per fortuna non seriamente, alcune parti della
bicicletta. Qua e là trovo specchi d’acqua che
riflettono alla perfezione il cielo blu dell’altipiano
mentre nel totale silenzio la mia mente si perde
all’infinito. Niente punti di riferimento, solo emozioni
accompagnate dallo scricchiolare dei cristalli di sale
sotto le ruote. Procedo controllando costantemente
bussola e cartina verso il centro del salar, per
raggiungere l’isola del Pescado , un rilievo di rocce
sovrannaturale, coperto di cactus.
Dopo 240 km di
bianco, vivo un ultimo contatto con la gente, i suoi
colori e gli sguardi dei bambini, cui spiego chi sono,
da dove vengo e dove vado. Sì, ho ancora l’ultima e più
difficile parte della mia avventura. La pista delle
lagune, così si chiama la mia prossima sfida che mi
porta nella regione Los Lipez, un’enorme e desolata
regione desertica, uno dei territori dalle condizioni
più severe al mondo. Giunto al punto di controllo di
Ch’iguana, dopo aver attraversato il piccolo salar
omonimo, un gruppo di militari dall’aria impacciata mi
fermano, non soliti a vedere una bicicletta inoltrarsi
in questi territori.
In molti tentano di
dissuadermi dalla mia idea,convinti dell’impossibilità
del progetto. Con il vulcano Ollague alla mia sinistra,
mi dirigo a sud verso territori sempre più impervi e
subito mi trovo a spingere su salite improponibili dal
fondo troppo sconnesso. Attraverso paesaggi malinconici
e con un opprimente senso di solitudine,pedalo 8-9 ore
al giorno su tratti quasi impraticabili, contemplando la
voce del silenzio e il battito del mio cuore. La
disidratazione e la fatica a questa altitudine sono
elevatissime e mi obbligano a pedalare con quindici
litri di acqua da razionare.
Le ruote affondano
sempre di più, mentre mi inoltro verso un vero deserto a
5000 metri di quota circondato da cime innevate.
All’improvviso mi trovo a terra e per la fatica tardo
un’attimo a capire, le spalle mi fanno male. Sto
spingendo da 19 km, la sabbia e il vento mi impediscono
di pedalare e non ho un posto per ripararmi, vorrei
fermarmi, ma l’unica alternativa è spingere e andare
avanti. Attraverso un vero paradiso di vulcani sbuffanti
e lagune, la cui superficie assume i colori piu’ diversi
per le alghe e i minerali presenti.
Assistere
all’alba a 5200 metri quando le fumarole dei geyser di
Sol de Magnana sono vivacizzate dall’aria ghiacciata è
uno degli spettacoli primordiali da cui ho tratto la
forza per continuare. In due giorni e con l’aiuto di un
po’ d’acqua donatami dal fuoristrada di una spedizione
eccomi sulle rive della laguna Blanca per effettuare la
salita al Vulcano Licancabur, che con i suoi 5900 metri
si affaccia sul Cile.
Dalla cima vedo laggiù , a
due giorni di fatiche, il confine e la fine del mio
viaggio. Sono veramente stanco, e questi ultimi giorni
mettono a dura prova le mie spalle, la bici, ma
soprattutto la mia volontà. Non riesco a essere attratto
da nulla, se non dall’idea di terminare questa
sofferenza, fatico a mantenere la lucidità, ma ormai ci
sono. Non provo gioia mentre varco il confine e comincio
a scendere verso la costa, passando per San Pedro de
Atacama. Pedalo ormai con impazienza per coprire gli
ultimi 50 km, sono esausto, eppure sul lungomare,dove
tutto è iniziato tre mesi fa, rallento, quasi non
volessi terminare il mio cammino...
Capisco che
viaggiare e conoscere chi non siamo e dove non viviamo
ci dà una visione più reale di noi stessi. Domani non
dovrò affrontare salite, raggiungere cime o attraversare
deserti, e per un’attimo, penso di ricominciare. Poi,
mentre sto per bere l’ultima volta dalla mia borraccia,
un bambino mi ferma con la solita domanda “Hola gringo!
donde vas con tu bicicleta?”. Sorrido: “Da nessuna
parte. Torno a casa”.
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