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Ribelli nel Cochabamba Sulle Ande della Bolivia dove si coltiva la
coca e si lotta per l'acqua GIUSEPPINA CIUFFREDA DI RITORNO DALLA BOLIVIA Sarà l'energia particolare delle Ande o quella
della coca qui rigogliosa a fare del Cochabamba una terra di
ribelli. Speciale per la sua natura ammaliante, la regione è
infatti l'epicentro dei movimenti sociali indigeni che nello
scorso febbraio hanno messo in crisi il governo del presidente
Gonzalo Sanchez de Lozada, detto «Goni»: qui è nata infatti la
Coordinadora del agua y la vida, che ha vinto la battaglia
contro la privatizzazione dell'acqua, e anche la Federazione
dei cocaleros, i contadini che da anni resistono alla
eradicazione della pianta della coca. In Bolivia la coca viene
coltivata in due zone: nelleYoungas vicino La Paz e nel
Chapare, una delle provincie del dipartimento di Cochabamba,
dove vivono 45mila famiglie, sei figli di media. E' qui che si
è concentrata la politica di eradicazione. La regione è oggi
un territorio militarizzato e il confine è sorvegliato
dall'esercito e dai cani addestrati. Passato il varco, si
viaggia attraverso un paesaggio andino denso di foreste
tropicali con ampie zone ancora vergini, un bellezza che
contrasta con il degrado e la sporcizia delle costruzioni.
L'85 per cento della popolazione è indigena e coltiva da
sempre la coca di cui mastica le foglie essiccate. La Bolivia
è diventata uno dei lati del triangolo mondiale della droga
insieme a Perù e Colombia solo dagli anni Settanta. La coca
infatti non è cocaina da sniffare (lo è il cloridrato di
cocaina, preparato industriale elaborato a partire dal
principio attivo della coca) ma una pianta officinale con
molte proprietà.
«La coca è sacra per noi popoli andini
come per voi cristiani è la Bibbia. Può dare una conoscenza
profonda ed aiuta nel lavoro fisico». Chi parla è Marcelo, un
piccolo indio gobbo dal volto sereno. E' stato colpito dal
fulmine, letteralmente, ed è diventato sciamano. Ricorda che
gli spagnoli costrinsero gli indigeni nelle miniere e solo
alcuni sopravvissero grazie alle sacre foglie. Perché la coca,
narra la leggenda, è un regalo di una Dea vergine che la donò
agli Incas insieme alla quinea, un cereale: la coca per
allieviare la pena e, per sfamare il popolo, la quinea, un
alimento completo che un'impresa Usa ha tentato di brevettare.
Sono i bianchi a mutare la natura della pianta, e Marcelo
ricorda un'antica profezia: «...quando il bianco vorrà fare lo
stesso e oserà utilizzare come voi queste foglie, gli
succederà tutto il contrario: il suo succo che per voi è forza
e vita, per i vostri padroni sarà vizio ripugnante e
degeneratore, e mentre per voi indios sarà un alimento quasi
spirituale a loro causerà stupidità e pazzia».
A Lauca
Ñ una località vicina al villaggio di Chimorè, a metà aprile
si riunisce lo stato maggiore dei cocaleros, 284 delegati
delle federazioni. Sono presenti anche due deputati del Mas,
Jorge Ledezma e Louis Salva, e i massimi dirigenti contadini
del Chapare: Feliciano Mamani e Leonida Zurita. Le denunce
delle violenze subite dall'esercito e dalle Umopar, le forze
speciali antidroga attive dal 1988, veri e propri racconti di
amarezza, si alternano a dichiarazioni politiche e di
mobilitazione. «Non c'è giustizia per i poveri» è la frase più
usata, in castigliano e in quechua, e anche «Ci trattano come
animali». Nessun processo è stato iniziato infatti contro i
militari che hanno ucciso o mutilato durante le proteste che
si sono susseguite nei diciotto anni di resistenza (33 i morti
e 200 i feriti soltanto nella sollevazione antitasse dello
scorso febbraio). Ad Epifania hanno ucciso il marito, Josè non
può più lavorare. Efrain ricorda il fratello, studente di
ingegneria, per il quale i genitori avevano fatto sacrifici
enormi. Esteban Garcia ha la faccia deturpata, la mandibola
fracassata da un proiettile (verrà operato in Italia, grazie
all'interessamento dell'ospedale Giovanni Bosco di Torino e
del deputato verde Mauro Bulgarelli, che ha partecipato a una
carovana italiana di solidarietà con gli indigeni e i
contadini della Bolivia organizzata dalla Federazione dei
Verdi e da una serie di associazioni tra cui Ya Basta, Beati i
costruttori di Pace, Rayos del Sol e Carta). Fructuoso Erbas è
stato colpito a terra, mentre portava in strada caschi di
banane invendute ed ha una gamba tagliata. Affermano tutti che
l'eradicazione forzata li lascia senza reddito e le altre
colture suggerite - banane, mandarini, arance - non funzionano
perché non c'è mercato: a Chimoré un casco di banane viene
svenduto per meno di due boliviani, circa 25 centesimi di
euro. Gli aiuti - 35 milioni di dollari in cinque anni da Usa
e Ue - non varcano il confine.
I contadini vogliono
continuare la coltura della coca, mezzo ettaro a famiglia, per
l'uso tradizionale, per farne tè (mate) e per nuovi possibili
sbocchi, come cosmetici e farmaci, e chiedono al governo una
pausa nell'eradicazione, il ritiro dell'esercito, delle forze
speciali e della Dea americana. Per Leonida Zurita la
distruzione della coca è una falsa lotta al narcotraffico
perché i trafficanti non sono i contadini, ma si trovano nelle
alte sfere del potere locale e negli Stati Uniti. E ricorda le
otto tonnellate di cocaina trovate in una caserma e connesse
al genero dell'ex presidente Banzer, il neo fascista italiano
Deodato. Ma, lamenta, gli alti livelli non vengono mai
toccati. Una successiva visita nel carcere San Sebastian a La
Paz, dove sono detenuti donne e uomini condannati sulla base
della legge antidroga 1008, lo conferma: nessun «pezzo
grosso», solo piccoli spacciatori e manovalanza varia. Oppure
scattano operazioni sconcertanti, come il recente arresto a La
Paz, a casa di un deputato del Mas, del colombiano Francisco
Cortez, «Pachito», indicato come dirigente delle Farc, una
delle guerriglie colombiane, in missione tra i cocaleros. Ma
Pachito è un noto leader nazionale del sindacato dei contadini
colombiani, l'Anuc, associato a Via Campesina, e per la sua
liberazione ha lanciato un appello urgente il Collettivo degli
avvocati, prestigioso gruppo di Bogotà guidato da Alirio
Uribe, vice presidente della Federazione mondiale dei diritti
dell'uomo.
Degli alti livelli intoccabili fa parte
anche la Coca Cola. La multinazionale ha sempre negato di
utilizzare la coca, ma un recente articolo di Narconews cita
il sottosegretario boliviano Ernesto Justiniano, che afferma
di aver autorizzato l'esportazione di 159 tonnellate di coca
verso gli Stati uniti «per la produzione della bevanda Coca
Cola». L'ingiustizia nel trattamento, che ha stimolato lo
slogan Eradicare la Coca Cola, le condizioni di lavoro
e l'essere di fatto uno dei simboli degli Stati Uniti,
accusati di aver fomentato anche una serie di golpe nel paese,
ha fatto sì che a febbraio durante la sollevazione contro
l'aumento delle tasse, proprio davanti allo stabilimento della
Coca Cola di El Alto, a La Paz, si siano radunate quattromila
persone. Che sono state prese a fucilate la mattina da
cecchini appostati sui tetti della fabbrica, e nel pomeriggio
dieci minuti dopo che un elicottero delle forze aeree
boliviane vi era atterrato. Sette i morti tra cui Titu
Intipampacau, un giovane studente. Il racconto è del parroco,
padre William, e di Julia, la sorella di Titu.
Ma le
rivendicazioni non si fermano alla coca. I cocaleros lanciano
infatti una piattaforma economica fondata sulla giustizia e
sulla sovranità nazionale per soddisfare i bisogni
fondamentali di una popolazione esigua, otto milioni di
abitanti sparsi su un territorio vasto e ricco di risorse, che
vive per il 70 per cento sotto la soglia di
povertà.
Indigeni e coca li troviamo anche a Cochabamba
città, il capoluogo della regione. E'il terzo anniversario
della «Guerra dell'acqua» e nella piazza principale si ricorda
l'evento anche con una cerimonia che distribuisce foglie di
coca, da masticare insieme. La comunione indigena è
accompagnata da comizi politici estemporanei in cui si
cimentano i giovani. La vicenda è nota perchè è la prima
vittoria al mondo di una popolazione contro una
multinazionale, la International Water Holdings (di proprietà
della statunitense Bechtel e dell'italiana Edison), che
avrebbe dovuto gestire per 40 anni la fornitura di acqua nel
Cochabamba attraverso il consorzio Aguas del Tunari. La
rivolta è scoppiata dopo l'aumento delle tariffe del 200-300
per cento e la decisione di abolire gli usi civici. In
Cochabamba infatti viene ancora utilizzato lo straordinario
sistema idrico creato dagli Incas che forniva l'acqua delle
Ande a tutto l'impero. Le comunità contribuivano alla
costruzione e alla manutenzione. Un sapere che ha resistito
agli spagnoli e alle dittature.
Le decisioni della
Coordinadora sono state prese nel salone dove oggi si
commemora la battaglia. Un video mostra gli scontri nelle
strade con l'esercito, protagonisti i giovani. Victor Hugo
Dassa, 17 anni, muore ucciso da franchi tiratori. Richard
Ledezma, studente di medicina, viene ferito alla testa in modo
tale che solo oggi sta cominciando a reimparare faticosamente
l'alfabeto. Juan racconta della gente, tantissima, che in
strada ballava e cantava. Ramiro critica il consumismo e
afferma che chi sceglie di lottare deve essere disposto anche
a cambiare qualcosa nella propria vita. Presiede l'incontro
Oscar Olivera, leader riconosciuto della Coordinadora, anche
se preferisce definirsi «uno dei tanti che hanno lottato», che
sottolinea il carattere profondamente democratico della
sollevazione. Ora la Coordinadora deve affrontare il ricorso
presentato dalla multinazionale, che pretende 25 milioni di
dollari per profitti mancati, ma non è sola perché ben 300
associazioni di 50 paesi sostengono la sua difesa.
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