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CARTOGRAFIE VISSUTE
Alla ricerca della bellezza, possibilmente incontaminata, si immola nei suoi viaggi Robert Macfarlane, autore di Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste (Einaudi, 2011, pp. 322, euro 21). Macfarlane inizia con una classica constatazione di morte della natura selvaggia, ormai scomparsa dalle carte geografiche, per abbandonare poco a poco il genere della lamentazione e trascinare il lettore in una serie di avventure che rimanda, almeno idealmente, ad atmosfere alla Huckleberry Finn. Con piglio di studioso e di esploratore al tempo stesso, si addentra in scenari naturali della Gran Bretagna e dell'Irlanda nei quali l'uomo non ha ancora assunto un ruolo prevaricatore, riuscendo con perizia a divincolarsi non solo tra temporali e notti all'addiaccio, ma pure tra gli stereotipi che vorrebbero ridurre il «selvaggio» a qualcosa di ostile, oscuro, infestato da creature mostruose e contrapposto alla civiltà dei lumi, oppure ad un mirabile regno del prodigio e della fecondità, paradiso perduto di cui tessere le lodi. La sua idea iniziale di una natura selvaggia «disumana, nordica, remota» si sgretola al contatto con il terreno reale, con la consapevolezza che non esistono più valli o isole o selve che non siano state visitate, lavorate, abitate negli ultimi cinque millenni: «umano e selvaggio sono indivisibili». E se il suo intento è quello, come dichiarato in esordio, di tracciare una mappa da contrapporre all'atlante stradale, Macfarlane centra l'obiettivo, ricordandoci che la cartografia premoderna era un'attività fondata sulla conoscenza e sulla supposizione, e che oggi, nonostante la tecnologia, nessuna rigorosa mappa-griglia può dirsi esaustiva, perché riduce il mondo a un elenco di dati. Opta dunque per una mappa-racconto, una cartografia parlata atta a descrivere i paesaggi insieme agli uomini che li hanno vissuti e agli eventi che vi sono svolti. Un ottimo libro, scritto in una lingua ricca e precisa, che sollecita ciascuno di noi a scorgere la selvaticità nelle aree intermedie, nei margini, dietro alle fabbriche abbandonate, e a farsi, al di là delle inevitabili approssimazioni, «cartografo dei propri campi». Camminatore esperto e accorto è anche Luca Gianotti, autore de L'arte del camminare. Consigli per partire con il piede giusto (Ediciclo, 2011, pp. 151, euro 14,50), un manuale «rivolto sia a chi non ha mai camminato per più di una giornata, sia a chi già lo fa e vuole aggiungere o sottrarre qualcosa al proprio bagaglio». Gianotti alterna indicazioni tecniche a spunti di riflessione, rifuggendo in tal modo il rischio, frequente nei libri di questo tipo, di stilare delle classifiche - nel cammino tout se tient. Il trattamento delle vesciche, la preparazione dello zaino, l'alimentazione corretta, la scelta delle scarpe e dei vestiti, l'uso della tecnologia, sono rilevanti quanto la ricerca di «una condizione in cui tutti i sensi sono pienamente compresenti e partecipi», la sfida che, se vinta, trasformerà il nostro passo incerto nel «sigillo di un imperatore», fermo e delicato al contempo. L'arte del saper andare non può esistere senza l'arte del saper fare ritorno, il «coraggio di alzare i tacchi» quando si è raggiunto un limite che metterebbe in pericolo la nostra vita: ci vuole coraggio a non arrivare sulla vetta, dice Gianotti, rievocando una scalata di Reinhold Messner conclusasi a pochi metri dalla punta di una delle montagne più alte dell'Himalaya, di contro alla scomparsa, tra gli Appennini, di un amico che «ha superato quel punto che non si dovrebbe superare mai, il punto di non ritorno». Lasciare a casa le ansie della quotidianità, accettare gli imprevisti, dotarsi di spirito di adattamento, valorizzare l'incontro con le persone che vivono nei luoghi in cui passiamo, apprezzare il silenzio, non avere fretta, perché il cammino non è una competizione: si conclude così, con un decalogo, un libro che - come scrive Wu Ming 2 nella prefazione - «può curarci lo sguardo».
Luigi Nacci - il manifesto 21/09/2011 La quieta ribellione del camminatore |