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04/12/2022 15:57:58

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Le vene aperte dell'America latina

Galeano Eduardo


Editeur - Casa editrice

Sperling & Kupfer Editori

America del Sud
Perù
Bolivia

Città - Town - Ville

Milano

Anno - Date de Parution

1999

Titolo originale

Las Venas Abiertas de América Latina

Lingua originale

Lingua - language - langue

italiano

Edizione - Collana

Continente desaparecido

Traduttore

Irina Bajni, Elena Liverani, Tullio Dobner

Prefazione

Isabel Allende

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Le vene aperte dell'America latina

Le vene aperte dell'America latina Le vene aperte dell'America latina  

«Ha percorso l'America latina ascoltando anche la voce dei reietti oltre che quelle di leaders e intellettuali, ha vissuto con indios, contadini, guerriglieri, soldati, artisti e fuorilegge; ha parlato con presidenti, tiranni, martiri, preti, eroi, banditi, madri disperate e pazienti prostitute». Così Isabel Allende nella lunga prefazione a questo saggio di Eduardo Galeano.
Un libro che ha lo spessore del documento, vista la puntuale e circostanziata ricostruzione delle cause storiche, recenti e remote, fatto dall'Autore, che sono a monte dell'arretratezza economica e civile di una terra potenzialmente ricchissima. Giunto alla sua sessantottesima edizione in lingua spagnola, nonostante lo scontato ostracismo a cui è stato sottoposto dalla grande maggioranza dei governi Sud americani, il lavoro di Galeano rappresenta, dal nostro punto di vista, una tappa fondamentale della riflessione nella quale si sono impegnati, nell'ultimo mezzo secolo, tanti intellettuali non allineati latino-americani.
L'interesse, diremmo la «forza» di queste pagine è essenzialmente quella di descrivere, senza soluzione di continuità, la politica di sfruttamento delle risorse economiche, e il conseguente annichilimento dell'elemento umano, in specie nativo, ad opera di spagnoli, portoghesi ed inglesi già all'indomani dello sbarco di Colombo. Sfruttamento ed annichilimento che come l'Autore dimostra, sono stati vitali per l'affermazione del capitalismo inglese permettendo a questo quell'accumulazione primaria di risorse senza la quale non sarebbe stata possibile né la rivoluzione industriale né la conseguente dilatazione planetaria dell'imperialismo britannico.
«La Spagna aveva la vacca, ma altri bevevano il latte»; l'argento di Potosí, nell'attuale Bolivia, quello di Zacatecas e di Guanajuato in Messico che rappresentarono per oltre un secolo la più straordinaria fonte di ricchezza della quale disponeva l'Europa era in larga misura controllato dagli usurai con i quali la casa regnante spagnola si era indebitata al punto di dover ipotecare le imposte che riscuoteva all'interno dei suoi sterminati confini. L'argento, estratto grazie al bestiale sfruttamento delle manodopera indigena, «penetrò - come scrive Engels - come un acido corrosivo nei pori dell'agonizzante società feudale europea trasformando gli indigeni in un vero e proprio proletariato estero dell'economia europea».
I costi umani furono spaventosi: dei settanta-novanta milioni di Aztechi, Inca e Maya presenti in Sud America all'arrivo dei Conquistadores, un secolo e mezzo dopo ne erano rimasti tre milioni e mezzo. Se l'argento di Potosí, nominalmente controllato dalla Spagna, aveva contribuito al dilatarsi della potenza economica e militare della Gran Bretagna, l'oro brasiliano (colonia portoghese) di Ouro Petro subì la stessa sorte: «L'oro aveva cominciato a fluire proprio nel momento in cui il Portogallo aveva firmato con l'Inghilterra il trattato di Methuen (1703) a coronamento di una lunga serie di privilegi ottenuti dai commercianti britannici in Portogallo (...) L'Inghilterra e l'Olanda, campionesse del contrabbando dell'oro e degli schiavi (...) si calcola che esse si presero illecitamente oltre la metà della imposta che la corona inglese avrebbe dovuto ricevere dal Brasile (...) Secondo fonti britanniche, in certi periodi l'ingresso dell'oro brasiliano a Londra raggiunse le 50.000 libbre settimanali. Senza questa enorme accumulazione di risorse in metallo, l'Inghilterra non avrebbe potuto, più tardi, tener testa a Napoleone».
Dopo il ciclo dell'argento e dell'oro, che furono la principale spinta alla conquista e alla distruzione dell'Impero incaico, l'America latina si trovò alle prese con le esigenze di quello che Galeano definisce «re zucchero». È l'inizio del devastante fenomeno agricolo denominato «monocultura». Centinaia di migliaia di ettari del Nord-Est del Brasile prima e delle isole caraibiche poi furono trasformati in immense piantagioni di canna da zucchero nelle quali le poche migliaia di nativi sopravvissuti all'infernale lavoro delle miniere, affiancati da decine di migliaia di schiavi razziati nell'Africa sub-sahariana, furono bestialmente sfruttati per fornire all'Europa e agli Stati Uniti il prezioso «oro bianco».
«A quei tempi coloniali risale l'abitudine, ancor oggi viva, di mangiare la terra. La mancanza di ferro provoca anemia; l'istinto spinge i bambini del Nord-Est a compensare con la terra la necessità di sali minerali che mancano nella loro alimentazione abituale ridotta a farina di manioca, fagioli (...) Un tempo si puniva questo «vizio africano» dei bambini ponendo loro una museruola...».
Dall'argento all'oro, dallo zucchero al caucciù, dal caffè al cotone, dal petrolio al rame: la storia dello sfruttamento del Continente latino-americano e intimamente legata alla disponibilità di risorse agricole e minerali nonché alla disponibilità di manodopera sottopagata. Le continue, sanguinose rivolte dei popoli sudamericani per liberarsi dal peso opprimente della sudditanza economica s'è spesso scontrato col «volume di fuoco» della fanteria di marina USA e si è sempre dovuto misurare con le fitte trame del gigante nordamericano il quale ritiene «nella sua concezione geo-politica imperialista» l'America Centrale e meridionale il naturale retroterra degli Stati Uniti (il celebrato «giardino dietro casa») per controllare il quale tutto è lecito: dall'assassinio politico al golpe militare, dagli squadroni della morte al ricatto finanziario attraverso l'indebitamento, dalle scorrerie delle multinazionali all'intervento dei Marines, dalla cover operation della CIA alla corruzione delle classi dirigenti, spesso, queste ultime e in particolar modo quelle di estrazione militare, direttamente istruite ed addestrate in apposite strutture statunitensi.
Ben pochi dirigenti latino-americani sono riusciti a sottrarsi alla logica dell'imperialismo: «Peròn, per esempio, determinò il panico nell'Unione Industrial, i cui dirigenti vedevano, non a torto, reincarnarsi nella ribellione del proletariato dei sobborghi di Buenos Aires il fantasma delle montoneras delle provincie. Prima che Peròn le sconfiggesse nelle elezioni del 1946». Ma i Vargas, i Cardenas, i Peròn, i Castro sono l'eccezione; la realtà è rappresentata da individui quali Roberto Campos, cervello economico del dittatore brasiliano Castelo Branco, che «per consentire il diretto flusso del credito esterno alle imprese, aveva messo in condizioni di inferiorità le fabbriche a capitale nazionale (...) Le imprese straniere ottenevano, all'estero prestiti al 7-8 per cento con un cambio speciale garantito dal governo in caso di svalutazione del Cruzeiro, mentre le imprese nazionali dovevano pagare fino al 50 per cento di interessi per crediti che riuscivano ad ottenere con grande difficoltà». Questa misura Campos l'aveva così spiegata: «ovviamente il mondo è disuguale. C'è chi nasce intelligente e chi nasce stupido. C'è chi nasce atleta e chi paralitico. Il mondo è fatto di grandi e piccole imprese. C'è chi muore presto, agli inizi della vita; altri che si trascinano, criminalmente, in un'esistenza lunga e inutile. C'è una disuguaglianza di base, fondamentale, nella natura umana, nella condizione delle cose. Neppure il meccanismo del credito sfugge e questa legge. Sostenere che le imprese nazionali debbano avere accesso al credito nella stessa misura delle imprese straniere significa soltanto disconoscere le realtà basilari dell'economia ...».
La lucida analisi di questo libro sgombra il campo dai tanti luoghi comuni sui popoli latino-americani e colloca in una dimensione più equa l'eroica e disperata resistenza del popolo cubano alle sanzioni statunitensi. In America latina la repressione «perché sia efficace deve essere arbitraria... Chiunque può esserne vittima... In questo modo si diffonde il panico della tortura tra tutti, come un gas paralizzante che invade ogni casa e l'anima di ogni cittadino».
di L.C. (Luciana castellina ?) Recensione tratta da Aurora n°42 - luglio1997

 



Recensione in lingua italiana

"Conosco di persona Edoardo Galeano: è capace di produrre, senza sforzo apparente, un flusso interminabile di storie. È questo talento quasi soprannaturale nel raccontare e rendere così facile la lettura di "Le vene aperte dell'America Latina", una specie di romanzo di pirati, come lui stesso lo ha definito una volta, persino per le persone che hanno meno dimestichezza con le questioni politiche ed economiche. Il libro scorre con la grazia di una novella ed è impossibile posarlo. Galeano denuncia lo sfruttamento con inflessibile ferocia, eppure il suo libro è quasi poetico nelle descrizioni che da della solidarietà e della capacità umana di sopravvivere alle più atroci depredazioni. C'è una forza misteriosa nella narrazione di Galeano. Usa la sua arte per introdursi nella privacy della mente del lettore, persuaderlo a leggere e continuare fino alla fine, a soccombere al fascino della sua scrittura e al vigore del suo idealismo. Le grandi opere letterarie come questa svegliano la coscienza, riuniscono le persone, interpretano, spiegano, denunciano, documentano e provocano cambiamenti."
Isabel Allende