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13/11/2019 05:07:43

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La via delle nuvole bianche

Govinda Anagorika, lama

Editeur - Casa editrice

Astrolabio

  Asia
Tibet
Kailash

Anno - Date de Parution

1966

Pagine - Pages

360

Lingua - language - langue

italiano

Edizione - Collana

Civiltà d'oriente

Ristampa - Réédition - Reprint

1981

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La via delle nuvole bianche

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The Way of the White Clouds

La via delle nuvole bianche La via delle nuvole bianche  

Ne "La via delle nuvole bianche" Lama Anagarika Govinda spiega perché una montagna diviene sacra. Alcune cime sono ammassi di rocce - egli sostiene - ma altre sono di più: hanno una personalità dalla quale traggono una forza che attrae gli uomini. La personalità consiste in qualità come la consistenza, l'armonia e una singolarità di carattere. Quando queste qualità si concentrano in un essere umano egli diviene un grande personaggio, un imperatore o un saggio, come il Signore Buddha. Quando si manifestano in una montagna essa si trasforma in un contenitore di potere cosmico. Ma perché il Kailash occupa una posto così preminente fra le montagne del mondo?
Non solo è il punto di intersezione fra due delle più importanti culture, quella cinese e quella indiana ma è anche il luogo più alto del plateau tibetano, uno slancio fisico verso il cielo. Qui nascono anche i grandi fiumi che, scorrendo nelle quattro direzioni, simbolizzano i legami religiosi fra India e Tibet e due di essi, Indo e Brahamaputra racchiudono il subcontinente indiano in un gigantesco abbraccio. Lama Govinda enumera le associazioni spirituali di Hindu e seguaci del Dharma con il Kailash. Per quest'ultimi il Monte è il gigantesco mandala dei Dhyani Buddha e Bodhisatva descritto nel Tantra di Demciog: il "mandala della sublime benedizione"; il vicino Manasarovar è il lago Anavapatta della tradizione buddhista. E come ogni tempio hinduista ha la sua cisterna dove il fedele si immerge, così ai piedi del Kailash si adagiano il Manasarovar, solare, maschile e luminoso, ed il Raksha Tal (lett. lago dei demoni) lunare, scuro e femminile. Anagarika significa senza casa, nome appropriato per un cercatore spirituale che respinge il concetto di "conquistare un cima": è la montagna che conquista l'uomo. Lama Govinda compì il rituale percorso attorno al Kailash e per poi raggiungere le città ormai dirute di Toling e Tsaparang che tuttora racchiudono preziosi affreschi, veri gioielli dell'arte tibetana.

 

Consulta anche: Kanrimpoché, gemma preziosa delle nevi

Recensione in altra lingua (English):

Lama Anagarika Govinda was one of the last foreigners to journey through Tibet before the Chinese invasion of 1950. A devoted Buddhist and a spokesman for Tibetan culture, Govinda's luminous and candid account is a spectacular and gloriously poetic story of exploration and discovery, and a sensitive and lucid interpretation of Tibetan traditions. Robert Thurman's perceptive new introduction to the volume places Govinda's writings in historical context and opens a new door on understanding Tibet, Buddhism, and the life of a remarkable man who, as Thurman remarks, is "undoubtedly one of the West's greatest minds of the twentieth century, a member of the pantheon that includes Einstein, Heisenberg, Wittgenstein, Solzhenitsyn, Gandhi, and the Dalai Lama."



Recensione in lingua italiana

Sfere Tibetane

Il giorno della mia partenza da Gangtok, il maharaja mi invitò a una prima colazione sulla veranda del suo palazzo e io fui lietissimo di scoprire che il tavolo era preparato soltanto per noi due, presentandomisi così l'occasione di avere un colloquio tranquillo e informate con Sua Altezza su questioni religiose. Era un giorno delizioso e, guardando le valli e le montagne che si stendevano davanti a noi nella loro abbagliante bellezza, indicai una catena di colline in lontananza, dove la notte precedente, mentre sedevo sulla veranda di Dilkusha, avevo osservato delle vivide luci che si muovevano a una grandissima velocità.

Non sapevo che ci fosse una strada carrozzabile su quelle colline”, dissi, “o si tratta di una nuova strada in costruzione?”.

Il maharaja mi guardò sorpreso.

Che cosa glielo fa pensare? Non c'è nessuna strada, né c'è il progetto di costruirne una. L'unica carrozzabile che esiste nel mio paese è quella che lei stesso ha percorso dalla valle Tista”.

Spiegai allora a Sua Altezza delle luci che si muovevano rapidamente e che io avevo visto scivolare su quella catena scambiandole per i fari di veicoli a motore.

Il maharaja sorrise e poi, abbassando la voce, mi disse: “Qui accadono molte cose strane e generalmente non mi piace parlarne agli stranieri perché mi crederebbero superstizioso. Ma poiché le avete viste con i vostri occhi, vi posso dire che queste luci non hanno origine umana. Si muovono sul terreno più difficile con una agilità e una velocità che nessun essere umano può raggiungere, apparentemente fluttuando nell'aria. Nessuno è stato ancora in grado di spiegare la loro natura, e io stesso non ho alcuna teoria al riguardo, sebbene la gente del mio paese crede che si tratti di una specie di spiriti. Comunque sia, il fatto è che le ho viste attraversare i terreni del palazzo verso il sito in cui adesso c'è il tempio. Questo è sempre stato un luogo sacro e alcuni dicono che era anche stato un luogo per la cremazione o un cimitero”.

Sentendo che il maharaja aveva toccato un argomento che per lui significava più di quanto voleva ammettere, non feci ulteriori pressioni su di lui, limitandomi ad assicurarlo che, lungi dal mettere in ridicolo le credenze del popolo, rispettavo il loro atteggiamento che cercava di dare un significato superiore ai molti fenomeni inesplicabili che ci circondano, invece di considerarli come dei processi meccanici insignificanti privi di qualsiasi collegamento con la vita animata. Perché le leggi fisiche dovrebbero essere considerate come un'antitesi della vita conscia se il nostro materialismo si rivela come un compromesso fra le forze spirituali e quelle fisiche, fra la materia e la mente, fra le leggi della natura e la libertà dell'individuo? La nostra coscienza fa uso di correnti elettriche nei nervi e nel cervello, i pensieri emettono delle vibrazioni simili a quelle dei trasmettitori senza fili e possono essere ricevuti attraverso grandi distanze da organismi consci sensibili. Sappiamo veramente cos'è l'elettricità? Pur conoscendo le leggi secondo cui essa agisce e pur facendone uso, tuttavia non conosciamo ancora l'origine o la reale natura di questa forza, che in ultima analisi può essere la fonte stessa della vita, della luce e della coscienza, il potere divino e l'animatore di tutto ciò che esiste. È il mistero ultimo di protoni, neutroni ed elettroni della scienza moderna, davanti a cui l'intelletto umano è impotente quanto gli uomini delle tribù primitive davanti ai fenomeni visibili della natura. Certamente non abbiamo nessuna ragione per guardare con disprezzo le credenze animistiche degli uomini primitivi, le quali esprimono solamente quello che i poeti di tutti i tempi hanno sentito: che la natura non è un meccanismo morto, ma vibra di vita, della stessa vita che diventa vocale nei nostri pensieri e nelle nostre emozioni.

Il fenomeno delle luci fluttuanti è stato osservato anche sulla montagna sacra di Wu T'ai Shan in Cina, il cui nome tibetano è Ri-bo-rtse-lnga, “la montagna dai cinque picchi”, dedicata all'incarnazione della Saggezza, il Dhyani-bodhisattva Manjusri. Sul picco meridionale di questa montagna c'è una torre da cui i pellegrini possono avere una visuale senza impedimenti. Tuttavia questa torre non serve per ammirare il paesaggio, ma per permettere ai pellegrini di assistere a uno strano fenomeno, che molti credono essere una manifestazione del Bodhisattva stesso.

Una vivida descrizione di tale fenomeno è stata data da John Blofeld, che trascorse molti anni sulla montagna sacra: “Raggiungemmo il tempio più in alto nel tardo pomeriggio e fissammo con grande interesse una piccola torre sul pinnacolo più alto, a circa trenta metri sopra di noi. Uno dei monaci ci disse di prestare particolare attenzione al fatto che le finestre di quella torre dominavano miglia e miglia di spazio vuoto. Poco dopo la mezzanotte, un monaco, portando una lanterna, entrò nella nostra stanza e gridò: “È apparso il Bodhisattva!”. L'ascesa fino alla porta della torre durò meno di un minuto. Ognuno che entrava nella piccola stanza, trovandosi così di fronte alla finestra, emetteva un grido di sorpresa, poiché tutte le ore trascorse a parlare non ci avevano preparato sufficientemente a quello che adesso vedevamo. Nel grande spazio aperto oltre la finestra, apparentemente a non più di cento o duecento metri, innumerevoli palle di fuoco fluttuavano vicine maestosamente. Non potevamo stimare la loro grandezza perché nessuno sapeva a che distanza fossero. Da dove venivano, cosa erano e dove andavano dopo essere scomparse alla vista in direzione dell'occidente nessuno poteva dirlo. Soffici palle arancione di fuoco, che si muovevano nello spazio, senza fretta e maestosamente: una manifestazione veramente adatta a una divinità!”.

Tratto da “la via delle nuvole bianche di Lama Anagarika Govinda, Ubaldini Editore, 1966

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