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18/11/2019 17:01:43

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Vallese-Tibet

Icona dei contadini di montagna
Chappaz Maurice

Editeur - Casa editrice

Tararà

  Europa
Svizzera
Tibet

Anno - Date de Parution

2001

Pagine - Pages

73

Lingua - language - langue

italiano

Edizione - Collana

Di monte in monte

Prefazione

Mario Rigoni Stern.

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Vallese-Tibet. Icona dei contadini di montagna.


Vallese-Tibet Vallese-Tibet  

"L'origine delle origini sono i contadini di montagna. Hanno insediato la vita, una vita, nelle valli deserte, e si è propagata. Seguendo la corrente dei fiumi. Le città sono nate da loro, impercettibilmente. Poi hanno succhiato, svuotato i villaggi. [...] Si nasce contadino, non si sceglie di esserlo. Si può diventare agricoltore, ma mai contadino, più facilmente marinaio. Era una faccenda vasta, come il mare, più perpetua, impenetrabile, la montagna da vivere." Con una prefazione di Mario Rigoni Stern.

 



Recensione in lingua italiana

"Ho chiuso in un baule i piccoli oggetti primitivi che avevo raccolto...". Così l'autore intraprende il proprio cammino nella memoria.
"L'origine delle origini sono i contadini di montagna: hanno insediato la vita, una vita, nelle valli deserte e si è propagata. Seguendo la corrente dei fiumi. Le città sono nate da loro, impercettibilmente. Poi hanno succhiato, svuotato i villaggi.
"Questa riserva di innocenza raso terra, di intelligente stupidità, di continuo figliare che riusciva a preservarsi, ad attraversare le catastrofi più impreviste, questo grembo o questa sorgente si è prosciugata. Le regioni ridotte all'osso si rialimentavano, le società più smembrate non morivano, il tessuto sociale così fortemente, manualmente rurale si ricuciva da solo...
"Le culle della mia comunità furono le terrazze sopra le diramazioni paludose del fiume più violento d'Europa, terrazze addossate ai pendii, a rugose pinete, e queste culle si allungarono, associate agli gneiss e alle abetaie attraverso il fianco delle valli fino ai ghiacciai.
Tutti i fiumi delle Alpi hanno avuto sulle spalle queste culle. Innumerevoli campicelli di segale dritti sotto il vento, o di fave adocchiate dalle ghiandaie e i prati in fondo agli scivoli per i tronchi, che rinverdiscono! Una silenziosa civiltà erge i suoi tetti di lastre d'ardesia o di tavolette color malva; si incarnerà e si fermerà passati mille anni. Dove cent'anni saranno come lo stesso giorno, tanto essa si tesse e ricomincia maglia dopo maglia...
"Si è cavalcato lo straordinario: i canali miracolo d'arte su duemila chilometri, pensati, impugnati direttamente dal popolo, costruiti come cattedrali. A vista d'occhio!
"Riunirò tutto, riallaccerò tutto a quest'acqua, pungente ma tenue come un sospiro nelle foreste. Che trasuda sulle gote dei precipizi, avanza con molta audacia; bloccata ad un certo momento da una placca di ferro, riversa l'abbondanza su un ventaglio di climi e di siti, mentre gli alpeggi bagnano le frane trasformate in vigne.
"Un fresco, un leggero verde tintinna. Un velluto d'ombra. I granai, i mulini, le cantine respirano.
"C'è stata una civiltà di montagna. Pastorale e agricola...
"Il tempo della nostra vita è rapido come una lepre. Producevano tutto, tutto quel che li nutriva e li vestiva. Le nostre lenzuola duravano come le case. Ho abitato, già in là con gli anni, in un posto dove le scarpe si ricavavano dalla pelle delle mucche (fermentata con la scorza degli abeti e poi essiccata)... E le lenzuola di mia nonna dove dormivo provenivano da una canapaia; un amico, un musicista ex pastore mi ha mostrato lo stagno vicino al fiume dove un tempo si macerava la canapa...
"Contadini di montagna non è contadini in montagna. Vuol dire qualcuno che tirava fuori tutto dalla montagna. Qualche volta, dall'allevamento puro o quasi, quando vi si prestavano ed erano sufficienti gli alti pascoli che ingiallivano, che fiammeggiavano fino agli spazi tra un ghiacciaio e l'altro, dove si rannicchiavano gli chalet. Da una serie di piccole arature con la zappa, con i frequenti viaggi di notte quando la scala della proprietà partiva dal Rodano e si spingeva verso le cime bianche.
"Uscire dal ventre delle montagne, scendere, mondare le vigne, tornare, alla fine rincasare sotto la brina e il vino. Nomadi, nomadi, la grande fatica dei ciechi. Che vedono.
"Il villaggio è molto isolato come un eremo collettivo. Una piccola unità umana si edifica, come lo chalet largo quanto un'asse che resiste all'azione dei pendii. L'individuo è una trave. Non c'è un contadino, c'è una comunità...
"Si è inchiodati (anche le stelle) in un mondo immenso. L'ignoto si doma come si fa con i rapaci, bisogna saper aspettare. La pratica di questo mondo impervio dipende dalle usanze. Il destino si scava e si fissa dalla nascita. L'ignoranza s'impara...
"Affidate le passioni al vino, alla pipa e al vino. La pipa si riempie di speranze. Chi sa non parla. Niente turbava le fienagioni, l'alpeggio, la sempia prima dell'inverno. Le nostre intimità erano le stagioni con un segreto. Può essere duro. Avevamo l'impossibile sotto i denti...
"E si sarebbe detto che fossero stati i contadini a generare la religione di cui erano impregnati. E quel vecchio gregoriano: l'anima, l'acqua e l'erba come un cristallo mormorante.
"Il romanzo delle nostre vite continua lì; all'opposto dei vividi, mistici riverberi della neve: attraverso i nostri fratelli e sorelle, morti notturni e il loro infimo lampo azzurro, che sgusciava fuori dai ghiacciai. Le anime. I loro passi come singhiozzi.
"Già, e io l'ho provato, si sentiva, si intuiva la presenza dei nostri parenti scomparsi in certi prati o aprendo la porta dello chalet.
"Si entra nell'Eternità senza accorgersene...
"La chiave di tutto il reale era il lavoro. Il lavoro più svariato che la mano in cui albergava il pensiero abbia mai fatto, una mano in cui c'è una certa ubiquità per le tante sfumature, le forze che circolano in una giornata di foresta, di mucchi di fieno spinto sulla neve fino al carretto...
"Si nasce contadino, non si sceglie di esserlo. Si può diventare agricoltore ma mai contadino, più facilmente marinaio...
"La terra che ama diventa il corpo stesso del contadino. Rivedo la gente che non esiste più. La razza si è modificata (neanche le mucche riuscirebbero più a passare dalle porte delle stalle e così le gambe degli uomini sporgerebbero dai letti di un tempo e penzolerebbero fuori).
"Tarchiati, agili come le rocce, ossa e muscoli intrecciati, magri, piuttosto bassi, sotto gli spessi vestiti qualcosa dell'orso e dell'ombra. Ho un brivido quando guardo vecchi cinegiornali dove sembrano pettinati dai nubrifragi, presenti e distratti. Timidi, come resuscitati: l'aristocrazia è questo. Ilari qualche volta, ma i volti, le mani, tutto quel che si esprime con un gesto poteva assumere in un attimo un riserbo che li isolava completamente.
"Impossibile tornare al nostro ghetto foderato di pini con gli aliti delle mucche, alla nostra voce, ai nostri aromi, al nostro yiddish francoprovenzale. E alla nostra malinconia furtiva che passa come una ghiandaia...
"Si va avanti, il futuro è già avvenuto. Tracce di passi. Patate e poemi, i "virgili". Sono stati i contadini di montagna, praticando la legge della pista per parlarne come se fossero cacciatori di pellicce, con tutto quello che percepiscono in silenzio, i contadini di montagna, la loro opera un magnifico e terribile paesaggio e la sua verità, ad inventare Ramuz... a raccoglier Rilke, angli ed Elegie. Tutti in un colpo solo, allo sbocco di una valle sull'alto Rodano. Cos'è mai la cultura!...
"Ah! l'altro noi stessi geografico, l'altro biotopo lo vedo nel grande giallo dell'Asia centrale che si stende in mezzo agli 8000 per arrivare a un regno-chiesa di contadini di montagna, ho gustato da mutante quelle vette, astri dove l'aria si rarefa, si dirada, luoghi ideali per i voti monastici.... marce infinite, yak, steppe e nebbie, capre cariche di sacchetti di sale, tende di pelle e i mulini da preghiera che rispondono alle fluttuanti pertiche per le liturgie.... questo è il Tibet. Il semplice respiro del pellegrino è il Tibet...
" Torno alla nostra morte dolce. I contadini ancora in montagna oggi, così diversi alle mie narici, ai miei occhi: braci o ombre. Li immagino, il peggio non è sempre certo, futuri inquilini dei paesi in difficoltà.
"Una stanchezza, un fatalismo li ha trattenuti sul posto. Nel turbinio degli eventi lanciati dall'inizio, alcuni, anche se gli strumenti e le macchine sfuggono loro di mano, sarebbero capaci di riprendere possesso dell'immobile mondo ridotto in rovina, in miseria...
"Latte, miele. Spostano, trascinano alpeggi, alpeggi mezzi cancellati; lo sterco è secco di dieci anni, proclamano i codirossi, più qualche campo a terrazza che traballa come una zattera.
"Latte, miele. Ma le culture e le religioni sono come sciami che prendono il volo. E guardo quegli ex antichi, ultimi contadini di montagna presi in prestito, posati vicino agli alberghi per permettere loro di assaggiare, raccogliere i pollini dei rari fiori".
Mario Rigoni Stern, concludendo la sua prefazione al volume, pone un quesito che sembra restare sospeso, ma al quale si può dare risposte concrete, sempre che lo si voglia; per il rispetto dovuto alla nostra storia, per volontà di conservazione d'un patrimonio comune o, più semplicemente, per amore verso la montagna e il suo richiamo ancestrale:"«Maurice Chappaz, con amore e tanta attenzione, legge le tracce lasciate dai montanari sulla Terra, insegue i suoi ricordi e crea poesia. Da un millennio di vissuta umanità ci porta a ridosso di un altro millennio da riempiere. Ma di cosa riempire, ora che l'eco delle invocazioni si perde nel vuoto della montagna e dalle città non si vedono più le stelle?".