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Il dragone e la montagna

La Cina, il Tibet e il Dalai Lama
Goldstein Melvyn C.

Editeur - Casa editrice

Badini e Castoldi

  Asia
Cina
Tibet

Anno - Date de Parution

1998

Pagine - Pages

183

Titolo originale

The Snow Lion and the Dragon: China, Tibet and the Dalai Lama

Lingua - language - langue

italiano

Ristampa - Réédition - Reprint

2003

Traduttore

M. Elisabetta De Medio

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Il dragone e la montagna. La Cina, il Tibet e il Dalai Lama

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The Snow Lion and the Dragon: China, Tibet and the Dalai Lama

Il dragone e la montagna Il dragone e la montagna  

TIBET NEWS ITALIA - N.26
IMPARZIALITÀ E PROPAGANDA: IL CASO GOLDSTEIN

Melvyn C. Goldstein è un insigne studioso e tibetologo. Ha scritto uno dei più documentati e interessanti testi sui nomadi tibetani (Nomads in Western Tibet), una monumentale ricostruzione della politica tibetana tra il 1913 e la fine degli anni '40 (A History of Modern Tibet, 1913-1951) e un pamphlet, The Snow Lion and the Dragon: China, Tibet and the Dalai Lama (ed. italiana, il Dragone e la Montagna: la Cina, il Tibet e il Dalai Lama, Milano 1998) dedicato in modo particolare alla situazione attuale dei rapporti politici sino-tibetani. Goldstein, sarà bene ripeterlo, è uno dei più attenti analisti del mondo tibetano di cui conosce perfettamente lingua e scrittura e che ha visitato in numerose occasioni.
Il problema, con il professor Goldstein, è che siamo di fronte al più intelligente, acuto e pericoloso intellettuale filocinese presente oggi sul panorama culturale mondiale.

Non si tratta di un nostalgico esegeta del maoismo come la professoressa Collotti Pischel (a cui va dato atto, oltre che di una impeccabile conoscenza della storia e della cultura cinesi anche di non aver mai nascosto la sua scelta di campo politica) e tanto meno Goldstein può essere accomunato a entusiasti e franchi sostenitori dei più vieti e scontati luoghi comuni della propaganda di Pechino come Leonardo Vigorelli (leggere la sua guida Tibet per verificare).

Il professor Melvyn C. Goldstein è tutt'altra cosa. Ad una lettura superficiale dei suoi libri potrebbe infatti sfuggire la sua posizione filocinese tanto questa è ben nascosta dietro una apparente equidistanza dalle parti e dietro a dichiarazioni di imparzialità cui l'autore fa frequente ricorso. Prendiamo in esame, ad esempio, The Snow Lion and the Dragon (l'unico suo testo tradotto nella nostra lingua) dove a pag. 10 della traduzione italiana scrive: "Nelle pagine seguenti, l'analisi minuziosa della questione del Tibet verrà condotta in modo equilibrato, inquadrandola in una cornice di realpolitik per mettere a fuoco le strategie dei protagonisti". Lasciamo perdere che a qualcuno forse non sembrerà molto giusto mettere sullo stesso piano, almeno dal punto morale, l'aggressore e l'aggredito, il carnefice e la vittima, l'occupato e l'occupante, il colonizzato e il colonizzatore (che diremmo se leggessimo in apertura di un libro dedicato all'olocausto ebraico una simile dichiarazione di intenti?). Lasciamo perdere dunque questi scrupoli morali e vediamo di muoverci sullo stesso ambito caro al professor Goldstein, quello della imparzialità scientifica ed accademica e vediamo però se, nel concreto, questa sua equidistanza è autentica o serve a mascherare una simpatia per una delle parti.

Sin dall'inizio (pag. 9) l'imparziale Melvyn definisce la lotta del popolo tibetano un "conflitto nazionalistico non facile da giudicare", ma chiudere la resistenza delle donne e degli uomini del Tibet nell'angusta definizione di "nazionalistica" non è già dare un giudizio, prendere posizione? Non è vero che il termine "conflitto nazionalistico" ha acquisito nel lessico della politica internazionale un significato oggettivamente riduttivo se non addirittura negativo? E poi, come si fa a definire "nazionalista" una lotta che vede, accanto alla richiesta del diritto all'indipendenza e all'autodeterminazione, quelle per la democrazia, la libertà religiosa, la parità etnica, etc.?

Ma non è che l'inizio. Per tutte le 183 pagine del pamphlet, questo tipo di "imparzialità" viene propinato a piene mani. Anche per quanto riguarda la scelta di alcuni termini. Le scuole tibetane, ad esempio, sono sempre chiamate "sette" e non serve un professore di semantica per sottolineare quanto di spregevole sia abbinato, nell'immaginario collettivo, all'uso di questo termine. Il Goldstein, e qui sta la sua pericolosità, però non risparmia anche critiche alle posizioni cinesi. Mette quasi sempre la parola liberazione, riferita all'occupazione cinese del Tibet tra virgolette. Non è tenero nei confronti della Rivoluzione Culturale, anche se definisce quel vero e proprio genocidio "un duro attacco" e cavallerescamente ammette che "il Tibet sofferse notevoli privazioni" (pag. 83).

Capito il giochino? Un colpetto al cerchio per distruggere la botte. Altra perla del libro è quella relativa alla descrizione di un Mao comprensivo e gradualista (sic!) costretto, quasi contro la sua volontà, a muovere l'esercito contro i tibetani da un'ala intransigente dello stesso Partito Comunista Cinese e dalle resistenze dei reazionari di Lhasa. E continua così per tutto il libro. Critiche (a volte anche giuste) molto precise ai tibetani e al governo in esilio del Dalai Lama (oltre che all'antica società definita toutcourt "feudale") e un tono sempre molto più sfumato nei confronti di Pechino.

Prendete questa frase a pag. 128 dove si dovrebbe parlare dell'annientamento della cultura tibetana messo in atto dai cinesi negli anni '80 e '90. "L'attuale politica 'intransigente' (le virgolette sono nel testo) di Pechino si estende anche alla lingua. Mentre i tibetani sono liberi di vestire, parlare, scrivere e vivere come hanno sempre fatto, Pechino non vuole attuare cambiamenti 'culturali' ulteriori tali da enfatizzare la differenza del Tibet e da isolarlo ancor di più dal resto della Cina". Sentito che morbidezza di toni, che soavità di accenti, che "equidistanza dalle parti in conflitto". La politica di Pechino sarà "intransigente" ma comunque "i tibetani sono liberi di vestire, parlare, scrivere e vivere come hanno sempre fatto". Il poco spazio a disposizione non consente di continuare con le citazioni ma chi fosse interessato potrà verificare in prima persona.

Per concludere. Questo il Dragone e la Montagna: la Cina, il Tibet e il Dalai Lama è uno dei pochi libri sul problema politico del Tibet pubblicati in Italia e va quindi letto con molta attenzione e, soprattutto, si deve leggere quello che è scritto tra le righe. Mi verrebbe da dire che è un libro da studiare per l'abilità con cui una operazione di reale "controinformazja" viene, convincentemente, presentata per una analisi imparziale. Però, nel criticare Goldstein, non dimentichiamoci mai di apprezzarne le doti di studioso e le conoscenze reali della questione tibetana. Del resto alcune analisi e punti di vista contenuti in questo e in altri suoi libri sono interessanti e, a volte, assolutamente condivisibili.

Leggiamo dunque Goldstein con senso critico e prepariamoci a spiegarlo a quelli che dalla sua lettura tireranno delle conclusioni non certo solidali con la lotta del popolo tibetano.

Piero Verni

 


Recensione in altra lingua (English):

Just the facts, Ma'am. Wouldn't it be nice if we could simply inspect the historical record and resolve the question of whether or not Tibet has traditionally been a part of China? Melvyn Goldstein, anthropologist and Tibet specialist, takes us in that direction in The Snow Lion and the Dragon.
The results? Not so fast. Like a scientist analyzing experimental data, Goldstein walks us through centuries of unending political struggle and battles of conquest. He shows us that Tibet first came under Chinese suzerainty during the Mongolian era and then for almost 300 years during the Manchu era. For the most part, The Snow Lion and the Dragon succeeds as chronicle of the power plays of two governments vying for control of Tibet.

But when Goldstein speaks of the Chinese government, what does he mean by "Chinese"? Does he mean the Mongols when they controlled the territory we call China and the Manchus when they did? Were these legitimate Chinese governments?

Although Goldstein is sincere in his objective methods, many questions such as these lurk behind the illusion objectivity. Ultimately, history is interpretation, and without admitting this, Goldstein lures the reader into a false sense of complacency.

The Snow Lion and the Dragon is a helpful historical summary for anyone who wonders how the Tibet Question has played itself out from the beginning up until 1997, but for an adequate examination of historical subtleties surrounding the issue, we must continue to wait



Biografia

Melvyn C. Goldstein is Professor and Chairman of the Department of
Anthropology, Case Western Reserve University, and co-author of Nomads of Western Tibet (California 1990).