Numero di utenti collegati: 1076

libri, guide,
letteratura di viaggio

26/02/2021 01:31:21

benvenuto nella libreria on-line di

.:: e-Commerce by Marco Vasta, solidarietà con l'Himàlaya :::.

Il grande mare di sabbia

Storie del deserto

Malatesta Stefano


Editeur - Casa editrice

Neri Pozza

Africa
Africa del Nord
Sahara
Libia

Città - Town - Ville

Vicenza

Anno - Date de Parution

2001

Pagine - Pages

301

Lingua - language - langue

italiano

Edizione - Collana

I narratori delle tavole


Il grande mare di sabbia Il grande mare di sabbia  

Ho ascoltato Stefano Malatesta nell'incontro organizzato dal Festival della letteratura (Mantova 2002) con Giuseppe Cederna ed ho incontrato una persona gradevole nell'esposizione e nella narrazione.
La lettura del libro mi ha interessato ed incuriosito, anche se non lo consiglierei come prima lettura a persone che si avvicinano al deserto. E' un saggio adatto a chi vuole conoscere più in dettaglio alcune vicende, alcune conosciute altre no.
Il primo articolo su Touré mi ha messo in imbarazzo perché del grande musicista Africano ho una descrizione, da parte di amici carissimi e preparati, completamente differente.

 


Recensione in altra lingua (Français):

Chi non è mai stato nel deserto, e ha letto magari soltanto qualche libro sul Sahara, è convinto che il deserto sia un luogo straordinario ma monotono. `Un maledetto uadi dietro l`altro`, come rispose un viaggiatore inglese a chi gli chiedeva se la traversata era andata bene. In realtà, sono quasi sempre i libri, non il deserto, a essere monotoni. Perché non basta descrivere i bagliori violetto e arancio dei tramonti, la calde dune color dell`oro, le infinite distese pietrose, le depressioni ricoperte di sale e di gesso, le montagne nere con le cime merlettate e gli orizzonti che sembrano così vicini per la secchezza dell`aria, mentre sono molto più lontano di quanto si possa immaginare. Questo è soltanto lo scenario che va popolato con i protagonisti, uomini che portano il velo blu o il casco coloniale, donne con i morbidi occhi cerchiati dall`hennè, spiriti duri di militari e di predoni, spiriti santi che vegliano o digiunano. Solo allora, davanti a tutta questa folla, è possibile accorgersi che il deserto non è mai stato un vuoto, ma un pieno, e che quanto lo caratterizza non è la monotonia o la ripetizione, ma la varietà e l`imprevisto. Il deserto è pieno di storie.
Il fascino e l`unicità del Grande Mare di Sabbia stanno esattamente nell`aver interpretato quest`anima multiforme del deserto, attraverso storie molto differenti tra loro, che hanno l`aspetto formale dei racconti di viaggio, ma che finiscono altrove. Come uno dei suoi eroi, Laslo von Almasy, il `paziente inglese` di cui racconta la vera storia, molto più eccitante di quella del romanzo o del film, Stefano Malatesta è sempre alla ricerca di qualcuno o qualcosa: di un etnologo francese morto in strane circostanze, di un treno che si chiamava `Sahara Express`, dei soldati italiani in Libia e dei commandos inglesi, di audaci esploratori e di ancora più audaci viaggiatrici, di preziosi marmi e di oasi prive di sorgenti, di eremiti e di monasteri, di Italo Balbo e dell`architettura coloniale, di un eroico trasvolatore e di un grandissimo scrittore, del Cairo tra le due guerre mondiali e di una spia che diventerà presidente di una grande nazione, di un luogo che non c`è e di molte altre cose e persone.


Recensione in lingua italiana

Il Grande Uomo di Niafounqué
lo sceicco bianco e gli spiriti del Niger


Non avevo nessun desiderio di andare a Timbuctù, un nome che veniva usato in letteratura, televisione e altro, da chi non c'era mai stato, per confusi effetti evocativi di luoghi remoti e mitici, al di là dei deserti. Una volta, spingendomi ai limiti delle coltivazioni dell'oasi di Goulimine, nell'estremo Sud del Marocco, mi ero trovato di fronte un cartello piantato nella sabbia in direzione del Sahara, con una scritta che diceva: "Timbuctù: duemila chilometri". Non una di quelle trovate che mi facevano perdere la testa.
Sapevo che aveva l'aspetto di una cittadina polverosa e poco attraente, non da oggi, ma negli ultimi due o tre secoli. Incorporata nel Mali come attrazione turistica e affollata di abitanti sedentari, tutti con il velo-copricapo dei tuareg, anche se non erano mai saliti in vita loro su un dromedario. Così vendevano meglio le cianfrusaglie tirate fuori da sotto la veste. Il primo europeo che la raggiunse, all'inizio dell'Ottocento, fu anche il primo ad esserne deluso, tanto divera si era presentata rispetto alla sua fama nel medio evo e nel rinascimento, dovuta all'università coranica, all'oro che arrivava dal Ghana, e al mistero che l'avvolgeva.

L'Acacus di Fabrizio Mori
La mattina presto, quando il sole deve ancora sorgere, l'Acacus rimane invisibile sotto il cielo che non è mai veramente nero, ma turchino e l'unica cosa da fare è mettersi accanto al fuoco a riscaldare le ossa immobilizzate dal gelo della notte. Poi l'aria comincia a vibrare, i fondali dietro le montagne schiariscono, rivelando i profili smerlettati delle cime, sempre più netti sotto la luce diventata rosa e poi arancio, emergono i giganteschi pinnacoli isolati nella pianura, gli archi immensi, i pilastri megalitici e improvvisamente il paesaggio, che pochi minuti prima era annegato nel buio, appare ora popolato da fantastiche formazioni nate dagli sconvolgimento tellurici e trasformate dall'erosione. È una visione che sembra appartenere ai sogni o ai racconti delle fiabe, in cui si avverte, più che in qualsiasi altro luogo, il senso del remoto e della sospensione del tempo, dell'attesa dell'imprevedibile e del meraviglioso, come se qui non valessero le regole e le abitudini del mondo reale, ma di quello fantastico.

Il gebel (arabo per montagna) o tadrart (in tamascek, la lingua tuareg) Acacus non ha l'andamento di una normale catena di montagne, ma di un labirinto, con il versante verso Ghat chiuso e inaccessibile e quello che guarda ad est aperto e frastagliato, interrotto da canyon a loro volta attraversati da altri canyon e da uadi o sbarrati da gigantesche torri di arenaria che si sono ossidate all'esterno, mantenendo un colore più chiaro e più caldo all'interno, visibile nelle frane recenti. Lungo duecentocinquanta chilometri e largo cinquanta, è quasi completamente privo di vegetazione, eccettuate poche acacie spinose, i cui arbusti vengono manducati dai dromedari delle piccole carovane di passaggio e dagli asini selvatici. Quando piove, molto raramente, le sabbie fertilissime del deserto si ricoprono di una effimera peluche verdognola e quello che rimane delle acque, non avendo la forza di riempire gli uadi e renderli pericolosi, come succede in altre zone, finisce nelle ghelte, cavità irregolari della montagna, preziosi depositi per i tuareg. Ma diecimila anni fa qui non c'era il deserto, ma la savana e senza sognare di un verde lussureggiante, crescevano alberi e piante sufficienti per sostenere una popolazione animale diversificata tra predatori e predati, leoni, sciacalli, giraffe, bufali, struzzi, antilopi, e per consentire la presenza di una non sappiamo quanto numerosa popolazione umana, che dipendeva dalla raccolta di piante e radici e dalla occasionale, incerta e pericolosa caccia alle bestie selvatiche. La testimonianza di questa presenza, che è durata millenni e cioè fino a quando le condizioni climatiche lo hanno consentito, è sparsa su un numero incredibile di siti dell'Acacus, in aree riparate lungo i letti fossili dei fiumi ed è costituita da resti umani, da pietre lavorate o da terracotte frantumate, ma soprattutto da migliaia di incisioni e pitture.

Tra gli innumerevoli testi che avevo già letto prima di partire per la Libia, oltre quelli che mi portavo dietro, c'era Le grandi civiltà del Sabara antico, il saggio di Fabrizio Mori su questo meraviglioso complesso figurativo e artistico paragonabile al ciclo delle pitture rupestri degli aborigeni australiani nella Terra di Arnhem e alle grotte di Altamira in Spagna e di Lascaux in Francia. Ancora non sapevo che la via dell'Acacus passava per Trequanda, uno di quegli incantevoli paesi sparsi nelle colline tra Sinalunga e Montepulciano, circondati da boschi che danno al paesaggio un'intensità variabile con le stagioni, prima di arrivare alle crete della val d'Orcia. L'africanista (preferisco questo termine al più accademico paletnologo) si era ritirato da oltre venti anni a due o tre chilometri dal paese, in un casale che si trovava a poca distanza dal villaggio toscano dove passavo numerose settimane durante l'anno.........


Biografia

Malatesta Stefano

Stefano Malatesta scrive racconti di viaggio e articoli d’arte e di letteratura per «La Repubblica». Ha pubblicato, sempre da Neri Pozza, Il cammello battriano (premio Comisso e premio «Albatros-Palestrina»), Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani (premio «Settembrini 2000»), Il napoletano che domò gli Afghani, Il grande mare di sabbia.