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Gerusalemme perduta

Bulaj Monika; Rumiz Paolo


Editeur - Casa editrice

Frassinelli

Medio Oriente
Turchia
Grecia


Città - Town - Ville

Milano

Anno - Date de Parution

2005

Pagine - Pages

231

Lingua - language - langue

italiano


Gerusalemme perduta Gerusalemme perduta  

"Una follia. Un peccato di superbia. Una fatica improba. Non so definire altrimenti un viaggio come questo, col taccuino a raccogliere briciole di Dio, ripercorrendo a ritroso la strada dei primi cristiani dall'Italia a Gerusalemme e incontrando a ogni passo del cammino le fedi sorelle, islam e giudaismo. L'argomento, troppo grande, produce inevitabili turbolenze, dubbi, inquietudini, depistaggi. Siamo entrati in questo terreno nuovo senza guide, da viaggiatori fai-da-te, rifiutando il tranello di un approccio solo archeologico. Cercavamo banalmente racconti e immagini dei cristiani di oggi. Monika Bulaj non ha solo osservato e fotografato. Ha trasformato questa ricerca in una straordinaria avventura."

Un viaggio reale e metaforico all'interno del cristianesimo orientale, culla della nostra fede. Otranto, poi Montenegro, Albania, Serbia e Macedonia, e la semisconosciuta Grecia profonda, passando per l'Anatolia, alla ricerca dei cristiani di oggi, in un terreno nuovo, senza guide, viaggiatori fai-da-te che rifiutano il tranello di un approccio solo archeologico per tuffarsi in un presente pieno di rivelazioni e conflitti. Un libro corredato dalle splendide fotografie di Monika Bulaj, che in piena sintonia con lo spirito del viaggio, non ha cercato capitelli o affreschi, ma persone: di volta in volta semplici o straordinarie.

 

Consulta anche: Gli articoli sul sito di Repubblica (fin che ci saranno)

Recensione in altra lingua (English):

Seimila chilometri in tre mesi, un viaggio
emozionante dall'Italia al sepolcro di Cristo
La Gerusalemme perduta
di PAOLO RUMIZ
GERUSALEMME
- Scende la notte, quasi più nessuno tra le vecchie mura. Solo ombre che passano in silenzio, monaci incappucciati che sbucano da un'arcata per sparire in una laterale. Sulla "Via Dolorosa" un uomo trascina una croce per penitenza, o forse per grazia ricevuta. Lontano, il suono di un organo. Il resto è gatti che frugano nelle immondizie, botteghe sprangate, il grande sonno del suk. Tacciono i muezzin e le campane. Tacciono gli ebrei, che non fanno mai rumore. Di notte, passata l'orda dei turisti, la città santa esce dal tempo.

Sul tetto del Sepolcro, sotto le stelle, neri monaci etiopi accendono candele accanto all'albero del pepe; uno di loro si assopisce, chiuso in una tunica nera, accanto a un libro nero e a un bastone nero. Di sotto, in un angolo della navata, un diacono greco sale una scala ripidissima con un vassoio di focacce per la messa di mezzanotte. Poco più a Nord, nel palazzo cinquecentesco della "Custodia di Terra Santa", i frati di Santo Francesco russano nel sotterraneo dove lo spagnolo Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, venne rinchiuso secoli fa (non dai turchi padroni, ma dai cristiani, che videro in lui un esaltato attaccabrighe).

Fine del mese di luglio, anno 2005. Il viaggio è finito. Seimila chilometri in due mesi, attraverso gli Appennini, i Balcani, la Grecia, Istanbul, l'Anatolia fino ai confini dell'Iraq. E poi Siria, Giordania, Israele. Un "Camino de Santiago" nella direzione contraria, in cerca dei cristiani d' Oriente verso le terre dei minareti, tra ciò che resta di un passato millenario. Un pellegrinaggio attraverso mercati, biblioteche, deserti, templi, locande, rovine nel vento, metropoli. Un "ritorno" alle origini della fede, col Vangelo, il Corano e la Torah intrecciati in un unico filo rosso fin dalla partenza a sorpresa, in mezzo alle Alpi.

* * *

Le immagini tornano. Le ultime città bianche a picco sulla pianura piena di messi, là dove il Tigri esce dalle montagne. La grande Luna mediterranea, ferma sopra un gigantesco ulivo macedone, un patriarca più vecchio di Cristo e capace di dare ancora frutto. Le notti del deserto, ardenti e piene di stelle. Un sotterraneo di Milano pieno di enigmi. Un sigaro fumato con i pastori, nelle praterie di Abramo. E l'alba dopo un temporale, purissima, sul Monte Nebo, dove Mosé morì in vista della Terra Promessa. Mi chiedo se saprò raccontare tutto questo.

Altre ombre vanno verso il Sepolcro, si assiepano attorno alla tomba. Un monaco palestinese dalla barba e codino grigio-ferro le smista energicamente, quasi brutalmente. Poco in là, sotto un lampadario, suore ucraine vestite di nero si buttano a terra come fagotti, mentre pope, archimandriti e diaconi escono da una nube d' incenso per varcare un tramezzo tappezzato di sacre immagini. "La vita è nella tomba", sussurra ghignando il vescovo greco Theofilos, per spiegare a me, misero cristiano d' Occidente, che il mistero è tutto in quelle reliquie.

Niente in questo viaggio ha rispettato le previsioni. Ero diretto al Monte Athos, roccaforte maschile della fede, e poi ho bussato ai monasteri delle femmine sui monti della Grecia. Ho seguito donne sciite nella moschea di Damasco, e le ho viste genuflettersi davanti a un minareto dedicato a Cristo. In Kosovo, in mezzo all'odio, ho trovato l'oasi di pace più straordinaria del viaggio. Con un eremita ho pregato per la pioggia, ed è arrivata la neve, benedetta dopo anni di sete. E il mattino dopo, in fondo a un deserto color senape, è apparso il Monte Libano, immacolato come la cordigliera delle Ande.

Il mondo è sconvolto dal terrore. Eppure, quante crepe nello scontro di civiltà. Ragazze in chador che chiedono la fertilità alla Madonna. Musulmani che bevono vino. Ebrei che cantano canzoni dell'Islam. Cristiani che si prostrano fronte a terra e sedere per aria, come i seguaci di Maometto. Rabbini rumeni nerovestiti come i preti ortodossi, islamici che non costruiscono minareti e altri che ti parlano degli ebrei come dei cugini partiti.

In Turchia, durante una partita di calcio, ho sentito bambini litigare in aramaico, la lingua del Nazareno. In Grecia, ho visto sgozzare un toro in onore delle sante icone. E poi altari che un tempo erano sacri mattatoi, storie sugli adoratori del diavolo ai confini dell'Iraq, gli ultimi fuochi di Zoroastro. Qui a Gerusalemme ho giocato a briscola e bevuto anisette con un'allegra brigata di francescani. E ovunque ho trovato la sorpresa di una birra. Anche ai margini del grande mare astemio dell'Islam.

* * *

Eppure m'avevano avvertito. Specie un frate, una sera, sul mare di Venezia. "Impara in fretta - disse - la geografia del sacro non c' entra con la religione. La religione è regola, apparato. Il sacro è altro...misterium tremendum...nostalgia di un'assenza...Ti sorprende dove non te l'aspetti. In una chiesa o in una sinagoga diroccata, in un mendicante che ti guarda, sulla cima di un monte. Il sacro è un fiume sotterraneo...ignora confini e conflitti. Chiamalo dio, se vuoi. Ti sarà sempre vicino, lo scrive anche il Corano. Come la tua vena giugulare".

Il frate aveva ragione. Nulla è rimasto negli schemi. Più andavo a Oriente, più mi allontanavo da Roma, più il cristianesimo diventava minoritario e privo di potere temporale, e più il suo insegnamento risplendeva. Le chiese più piene della mia vita le ho viste ad Aleppo, nella repubblica islamica di Siria. Le più vuote, nella laicissima Turchia. E il posto più impenetrabile non è stata la sinagoga di Istanbul o la moschea di Damasco, ma il Vaticano.
I mezzi di trasporto, corsari anche quelli. Un camion guidato da un turco pazzo per la Luna, sua segreta Dea Madre. Pescherecci greci che portavano vettovaglie all'isola abitata da un unico monaco, reso barbaro dalla solitudine. Un uomo che andava a pieni dalla Francia a Gerusalemme, in cerca della moglie morta. E, ancora, un treno italiano pieno di slave che cantavano inni stupendi al Signore. E poi le attese. Il treno per Bagdad che non partiva. Le ore in piedi davanti a una poliziotta israeliana adolescente che masticava chewing gum e sfogliava il mio passaporto, senza guardarmi negli occhi.

* * *

La notte rinfresca, è l'ora dei pipistrelli, arriva la brezza dal Giordano, mille metri sotto il Monte degli Ulivi. è dolce l'aria di Gerusalemme, pare velluto. Una processione disegna ombre enormi davanti a un lampione, se ne va con le sue litanie, si lascia dietro solo l'eco del "Saecula saeculorum". Ho gli occhi pieni di ori, ceri accesi, splendidi riti, icone uscite da sonni millenari. E poi quei pellegrini russi, capaci di tracciare rotondi arcobaleni col semplice segno della croce, come contadini nel gesto largo della semina.
Ma è uno splendore che inganna. Quegli ori mentono: non dicono che il cristianesimo è in pericolo. A Istanbul i greci sono scesi da trecentomila a cinquemila. Ho visto il loro patriarca, Bartolomeo, chino sulla sua scrivania, solo sotto il ritratto di Ataturk, assediato da mille minareti che si chiamavano nella sera. A Est di Istanbul il vuoto turco è ancora più tremendo. I cristiani che un secolo fa erano milioni, oggi sono poche famiglie disperse. Così poche che un giorno ho creduto di essere uno zoologo pazzo, alla ricerca di una specie estinta.
Sul magico altopiano di Tur Abdin, il Monte degli Adoratori, punto più orientale dell'itinerario, ho trovato un villaggio con cinquanta cristiani dimenticati dal mondo, discendenti dei pochi sopravvissuti alla mattanza del 1915. Con loro, un unico ringhioso monaco, asserragliato in un eremo, che urlava ai fedeli come un pastore alle pecore, armato di bastone e vestito di nero come mago Merlino.
Qua e là si restaura una chiesa, arriva una donazione, la speranza rinasce. Ad Antiochia, un francescano ha rimesso in piedi la comunità in pieno accordo con ortodossi, musulmani, ebrei. Qualche armeno anziano ritorna. Tra Mar Nero e Mediterraneo, un vecchio prete indomito di nome Roberto fa centomila chilometri l'anno per dir messa e tenere in vita le ultime chiese rimaste nella più lontana Anatolia.
Ma è una corsa in salita. In Kosovo i monaci sopravvivono solo grazie a una barriera di blindati italiani. In Israele, la tensione tra ebrei e musulmani schiaccia proprio chi non c' entra, le genti di Cristo. "Non c' è ostilità contro di noi - ti dicono queste - ma non c' è futuro. Viviamo in un Paese sigillato. I giovani se ne vanno. Niente lavoro, niente matrimoni. Siamo sempre di meno". Sembra impossibile che accada proprio dove il cristianesimo ha scritto la sua leggenda.

* * *

Che notte. Le stelle fanno una curva lunga sulla Moschea della roccia, luogo santissimo dell'Islam, del Giudaismo e della Cristianità, e l'ombra della cupola pare un'astronave persa nelle galassie. Nel quartiere musulmano la civetta ripete il suo grido metallico, quasi ultraterreno. Nella cattedrale di San Giacomo si alza un canto veloce, tenebroso, inconfondibile. Sono gli armeni, in fuga da millenni col Libro sotto braccio. Pregano come soldati, mentre la Luna penetra dal lucernario e taglia con un raggio blu l'aria piena d'incenso.
La minaccia dell'Islam? C' è dell'altro. Il nazionalismo, per cominciare. Nel 2004, un centinaio di chiese serbe in Kosovo sono state date alle fiamme da albanesi (musulmani ma anche cattolici) impregnati di filo-americanismo e coccolati dalla Nato. Un secolo fa, i bulgari ortodossi hanno distrutto i monasteri greci del Nord con più ferocia degli ottomani. E i turchi hanno massacrato greci, armeni e siriaci solo durante l'agonia dell'impero, quando Ataturk si avviava a bandire alfabeto arabo, velo e barbe, mettendo in riga gli imam.
E poi, l'indifferenza. In Cappadocia i visitatori europei arrostiscono spiedini nelle chiese rupestri senza nemmeno chiedersi come mai, in una terra intrisa di storia cristiana, non ci sia più un solo cristiano. Non un siriaco, un armeno, un greco. Come se tutto fosse finito da ottanta secoli, non da ottant' anni. E qui a Gerusalemme, guardando turisti in bermuda parlare al telefonino davanti alla tomba di Cristo come fossero a Disneyland, ho pensato al tramonto dell'Occidente.
Incredibilmente, in questo disastro, i cristiani hanno tempo per farsi la guerra. Persino nel Sepolcro, è uno scontro di processioni e cori; uno strepito che solo l'organo cattolico sa far tacere, sparando la cannonata finale. "Una volta era peggio - scherza Michele Piccirillo, mitico francescano scopritore dei più bei mosaici di Terrasanta - i cattolici buttavano pepe in polvere dalle balaustre sui greci che cantavano di sotto, per farli starnutire".
La ruggine è così antica che, per evitare risse, le chiavi del tempio sono da secoli in mano a un musulmano. Siamo divisi in ventidue confessioni. Ebbene, persino in ciascuna esse regna la discordia. Tutte ballano sull'abisso. I russi si sbranano fra anticomunisti e non, si lanciano accuse di furto, corruzione, droga. Le lobby cattoliche si fanno guerra per i miliardi del turismo religioso. I greci hanno quasi linciato il loro patriarca che aveva venduto agli ebrei terreni nella città vecchia. Gerusalemme può essere una gabbia di folli.

* * *

Ma ora dormono tutti: i russi, i siriaci, i drusi, i maroniti, i copti. Dorme l'ebreo hassid Gideon Lewensohn, dopo essersi tolto il cappello di pelliccia, aver recitato le ultime preghiere, e messo a letto cinque dei suoi otto figli. Dorme Awni Amarneh, vecchio custode musulmano di una sinagoga, pure lui padre di otto figli, che ogni giorno traversa paziente il check point per fare il suo lavoro. Dorme di sonno inquieto Ibrahim Igbaria, cristiano di rito greco della Capitale, che ha sposato una donna di Ramallah ma non può farla abitare in casa sua, perché la legge rende quasi impossibile l'immigrazione dai Territori.
Un'ultima birra sulla terrazza dell'hotel Mishkenot, davanti alle stelle del Monte Sion. Tutto si ricompone, in fondo al labirinto. Le bombe sull'Iraq, le Torri Gemelle, l'incendio balcanico, il crollo del Muro. Qui è la matassa che riannoda i fili trovati sui monti della Cappadocia e nei manoscritti della Biblioteca Ambrosiana a Milano; nei monasteri dei Balcani, sull'isola degli Armeni a Venezia o sulla tomba di Schindler, qui vicino, verso la valle di Josafath.
Ho in mano un "komboloi", un piccolo rosario a palline nere di maiolica, regalato da un greco a Salonicco. Solo stanotte ho imparato a farlo volare nel modo giusto tra le dita. Sempre stanotte, m'accorgo che questo viaggio non è durato due mesi, ma anni. La spinta gliel'ha data la morte di un grande Papa, ma tutto è cominciato molto tempo prima. Ha un'incubazione lunga la febbre di Gerusalemme. E' una malattia che ti mangia, cresce per contagio, si nutre di incontri, letture, coincidenze, sogni. E ora, che la storia cominci.

(19 agosto 2005)


Recensione in altra lingua (Français):

Nel monastero kosovaro di Decani
il martello di Noé suona per la pace

E' un paradiso blindato, protetto dagli italiani dell'Onu. Anche gli Ottomani
difendevano i monaci. Cambia il rapporto col tempo e tutto diventa millenario
dal nostro inviato PAOLO RUMIZ

Quattro del mattino, un ticchettio perfido sveglia il monastero, un colpo forte e tre leggeri, regolari e ravvicinati come lo stantuffo di una locomotiva, il timbro secco di un picchio che trivella il tronco. Che roba è? Ora ricordo. A cena ci hanno avvertito: "Prima dell'alba sentirete il Symandron". Mi sporgo dalla finestra e nella notte chiara, sul prato dentro le mura, vedo l'ombra allampanata di un monaco che gira attorno alla chiesa battendo una tavola con un martelletto di legno. E' lui il picchio mattiniero.
Tòc-tic-tic-tic, tòc-tic-tic-tic.... Se senti questo rumore verso la Terrasanta, non puoi sbagliare: è un monastero ortodosso.

Noi siamo a Decani, nella terra dove è nata l'ortodossia serba e poi s'è incendiata la Jugoslavia: il Kosovo, detonatore dello scontro tra slavi e albanesi. Decani, la Cluny dei Balcani, paradiso blindato, protetto dagli italiani sotto bandiera Onu. Oltre il porticato vedo le loro sigarette accese nella foresta; son lì a pattugliare la strada. Senza di loro Decani non esisterebbe: nel 2004, centodieci luoghi santi sono stati incendiati o dinamitati per ritorsione, dopo i massacri serbi del '99. Ho visto, arrivando qui, le loro terribili macerie.

Nelle camerate la gente si sveglia. Solo Moni Ovadia russa beato. Siamo arrivati insieme, ma lui nicchia ancora nel lettone per pellegrini. Esco in corridoio, accanto alla scarpiera c'è un monaco che si mette i sandali. Gli chiedo: "Za sto sluzi cekic?", a che serve il martello? Lui: "Serve a Noé, per chiamare gli animali nell'Arca". Fantastico, siamo già in Oriente. Il frate non usa il passato ma il presente, dice "Noé" come se parlasse di suo zio. E' già cambiato il rapporto col tempo. Ogni gesto diventa millenario.

* * *

Con i blindati attorno, il senso del martelletto è di una folgorante semplicità. Vuol dire: dentro è l'Arca, la salvezza. Fuori il diluvio, i briganti. Ma il Symandron è anche un espediente per sopravvivere. Di notte, nessuno lo nota. Le campane, invece, irriterebbero gli albanesi, che vedono nel monastero solo un segno del potere serbo maledetto.

La guerra può essere anche acustica. Chi perde, tace. Chi vince, fa rumore. Attorno a Sveti Jovan Bigorski, per esempio, un idillico monastero in Macedonia (lì intorno si è girato "Prima della pioggia", film-simbolo della maledizione balcanica), gli albanesi hanno piazzato altoparlanti da stadio, e appena i frati vanno a dormire, li massacrano di decibel. Non preghiere del muezzin. Rock duro per spaccare i timpani. Gli albanesi hanno una religione sola: l'Albania.

* * *

Profumo di legna, rumore del fiume, il cielo rischiara. Decine di ombre traversano il chiostro per la funzione. Monaci, neri e barbuti come briganti, alti come giocatori di basket. Teodosij il priore, severo, di pelo grigio. Ksenofont e Andrej, due visi da "Signore degli Anelli". Sava, il vice-priore, col biondo codino. Avvakum, taciturno, un sorriso da gnomo. Abitano un mondo di tagliagole, ma emanano una mitezza da boscaioli.

Nella chiesa una luce azzurra crea un effetto lanterna magica sulle pareti affollate di santi, immagini vecchie di sei secoli. Pie donne, profughe dai villaggi, si inchinano davanti a un sarcofago posto su due supporti di pietra, gli strisciano sotto carponi. E' la tomba di Stefano di Decani, con dentro un terribile segreto. Fu accecato dal padre, poi assassinato dal figlio. In Oriente è facile trovare tracce di turpitudini nei luoghi più idillici. Sbudellamenti, defenestrazioni, gente impalata, evirata. Forse non esiste pace senza il sangue del martirio.

© MONIKA BULAJ
Il sole sorge e l'abside piena d'incenso s'incendia. Molte chiese medievali guardano a Est per celebrare il rito della luce, ma qui lo spettacolo è moltiplicato dall'iconostasi, il tramezzo che nel mondo ortodosso separa i fedeli dalla parte più sacra del rito. Oltre la paratìa, dove intravvedi i monaci che entrano, escono, s'incurvano, si prostrano, tolgono e rimettono fulgidi paramenti, l'incendio diventa fuoco greco, ti cola oro fuso negli occhi, deflagra nella chiesa disegnando un ventaglio di spade di luce. Pentagrammi, quasi, dove il fiato dei cantori traccia nella nube di fumo aromatico le note di un canto antico d'Oriente.

* * *

Si fa colazione sul loggiato, un ballatoio di legno antico, lungo più di cinquanta metri. Menù: mousse di fragole con panna, latte acido, zuppa di verdure, grappa di prugne. Arriva Moni, è folgorato dalla tavola imbandita, dal ruscello che brilla nell'erba, da questo sublime equilibrio che, dice, "può essere solo frutto della cultura giudaico-cristiana", da questa pace trovata proprio nella terra della discordia. "Che vita idiota la nostra... Guarda qui, invece, guarda. Ogni gesto è saturo di senso, sacralità. Mangiare, bere, apparecchiare la tavola".

Si parla del Turco, che fu signore dei Balcani. Del suo pugno di ferro. Ma i monaci ci spiazzano: "Gli Ottomani? Ci davano scorta armata, come voi italiani". La scorta contro chi? "I signorotti albanesi". Già, ma al Sultano che importava di voi? "Avevamo un segreto. Allevavamo i falchi da caccia per la corte di Istanbul". Straordinario. Viva i falchi, penso, riapriamo l'allevamento. E viva gli imperi, casa comune dei popoli. Viva gli Ottomani, viva gli Asburgo. Abbasso le nazioni, regressioni infantili delle culture.
Dal fondovalle piove l'ultima luce, purissima. La chiamano "Sviete Tihi", luce silente. Poi, appena il sole scende dietro le montagne, la valle ha un brivido, si riempie di vento e odore di neve. Le donne apparecchiano, dalle cucine arriva profumo di pane. Sul tavolo niente carne: nella terra delle grigliate, il monastero è vegetariano. Patate fritte, un paté di melanzane chiamato Ajvar, olive, formaggio di capra, vino, uova strapazzate, scalogno. E già si preparano dolcetti e caffè.

* * *

Soldati italiani parlottano nel sagrato. Devono scortare il vescovo che parte per Belgrado. Qui si viaggia solo di notte, sempre per non irritare gli albanesi. Vigilanza armata, auto con vetri affumicati. E non si fa affatto la strada più breve. Bisogna attraversare il Montenegro, passando due volte le montagne. "D'estate è uno scherzo" sorride Andrej. "E' d'inverno che capisci quanto siamo isolati. Lassù trovi solo neve, ghiaccio, nebbia. E contrabbandieri".

Sento dire che l'Onu se ne andrà da queste terre già nel 2006 e che l'Italia vuole restare in Afghanistan per altri dieci anni. Pare che l'idea sia degli stessi partiti che ci asfissiano con le "radici cristiane" dell'Europa. Già due anni fa qualcuno da Roma aveva dato ordine di allentare la sorveglianze ai monasteri in Kosovo, e l'ordine fu revocato in extremis solo grazie all'indignazione di un funzionario Onu che avvertì la stampa by-passando la politica.

* * *

Esce la luna, il vento cala, nella valle resta solo il rumore del fiume, si tira tardi chiacchierando sul loggiato. E' tutto così semplice: se i nostri se ne vanno, non ci sarà più cristianesimo in quell'angolo dei Balcani. Metto sul tavolo un bel cardo viola a stelo lungo, trovato nel bosco: Andrej lo benedice, consiglia di portarlo a Gerusalemme come portafortuna, facendolo essiccare a testa in giù. Le pie donne sparecchiano, preparano la zuppa per il piantone italiano che smonta. Avvakum gioca con la Brojanica, il rosario nero a cento nodi.

Il pellegrino Ovadia s'imbarca in una discussione tosta su ermeneutica e cabala. Ma ha filo da torcere, la barbuta masnada è diabolicamente colta. Poco prima, ha trovato un frate lavandaio che discettava di Tarkowski. Un ultimo grappino, ed ecco che le ombre della notte ci regalano la visione finale. Una fila di pellegrini italiani con bisacce, ceri accesi e bastoni da viaggio, che escono dal bosco e bussano al portone, dopo aver traversato mare e montagne solo per ritrovare Decani, perla dimenticata sulla strada di Gerusalemme.
(7 - continua)

(7 agosto 2005)


Recensione in lingua italiana

Finalmente a Gerusalemme, ultima tappa del viaggio
Sul tetto del tempio un monaco legge le scritture sotto le stelle
Il mantra del Santo Sepolcro
dopo i turisti in bermuda

Qui si insegna a respirare e pregare imitando il ritmo del mare
DAL NOSTRO INVIATO PAOLO RUMIZ


CIONDOLANO davanti alla tomba di Cristo, con la minerale in una mano e il cellulare nell'altra. Rasati a zero, spalle fuori e bermuda al limite della decenza. Un branco di ebeti, ecco l'Occidente, i difensori della cristianità, in coda davanti alla "cripta ubi corpus Eius positum fuit". L'occhio del monaco che li smista è colmo di disgusto, se potesse li caccerebbe a bastonate, ma loro non se ne accorgono. Guardano nel nulla. Uno si infila un dito nel naso. Un altro quasi grida "Oh, that's beautiful". L'unica variante è "wonderful". Tertium non datur.

"Cosa vuoi aspettarti dall'Europa e dall'America", scuote la testa l'armeno George Hintlian, gerosolimitano da generazioni, sorbendosi la dose quotidiana di volgarità d'importazione all'ingresso del Sepolcro. "I cristiani spariranno, e non se ne accorgerà nessuno. Spariranno dall'Iraq. Spariranno dall'Egitto e dall'Etiopia. In Turchia sono quasi spariti. In Kosovo succederà presto. Ma i turisti continueranno a dire "That's beautiful". E i diplomatici manderanno relazioni al cloroformio a Washington e Bruxelles".
* * *
Dall'interno arriva il basso forte di un organo. È cattolico: gli altri condòmini del Sepolcro non hanno quella che i francescani chiamano "l'artiglieria". Le canne tuonano, la chiesa vibra, una processione sale dai sotterranei, emerge nella navata con paramenti, ori, ceri, incensi, diaconi e chierichetti. Per ultimo, con una grande croce in mano, seguito da una folla di oranti, il Custode di Terrasanta, Pierbattista Pizzaballa, alto, col pizzo. Un uomo mite, ma così vestito fa quasi paura. La processione è un serpente che avanza in penombra, fa il giro della cripta, si distende per la chiesa intera, quasi si mangia la coda.

Durante le messe c'è un accordo tacito fra cristiani: non intralciarsi. Ora che tocca ai cattolici, gli etiopi si rintanano negli angoli in penombra. Gli armeni provano in uno scantintato i loro cori guerreschi di fede. I greci fanno di più, letteralmente fuggono. Hanno allergia all'organo, che è figlio del Rinascimento e del Barocco, epoche che i figli di Bisanzio sono fieri di non aver mai conosciuto. L'organo ne è la quintessenza scenografica e acustica. Li sottopone a un bombardamento sensoriale patetico che per loro è quasi offensivo.
* * *
È il momento giusto. Mi infilo nella sacrestia greca, c'è il vescovo Teofilos col barbone grigio ferro. Il suo patriarca Ireneo Primo è stato appena sfiduciato con violenza dai fedeli per aver venduto a intermediari ebrei proprietà greche della Città Vecchia. Come dire il caos. Teofilos avrebbe altre gatte da pelare, ma in quel momento non gli importa che di spiegare la sua insofferenza per l'Occidente e le sue spettacolari messe cantate. Assisto senza fiato a una spettacolare demolizione dell'illuminismo.

"Sente come cantano? - mi dice guardandomi con furbi occhi levantini - alla fine tutti usciranno di qui e si sentiranno meglio. Ma è vera fede? È vero mistero? No, è teatro emozionale. Tell me, tell me, who believes..., mi dica, chi crede ancora nell'incarnazione oggi in Europa? Anche l'America s'è perduta. Noi del Medio Oriente lo sappiamo, non abbiamo più illusioni, abbiamo capito che musulmani ed ebrei credono con più forza. Le loro teocrazie vinceranno su vostri valori defunti: moralismo, individualismo, emozioni, denaro...".

Indica nella direzione della cripta: "Remember, life is in the grave, la vita, il suo mistero, è nella tomba, in quella tomba. Voi non ci credete veramente. Non capite che queste reliquie sono la prova fisica della resurrezione". In quell'attimo dalla porta socchiusa, sbuca una testa. È un turista, ovviamente occidentale e in bermuda. Non chiede: posso entrare. Entra e basta, ci guarda come suppellettili. Mi aspetto che Theofilos gli tiri un candelabro, e invece lo ignora. Come fosse passato di lì un microbo.
* * *
Alla Custodia di Terrasanta, un palazzone cinquecentesco addossato alle mura, una brigata di francescani banchetta in letizia e dissolve all'istante, col suo chiacchiericcio latino, le minacciose profezie di Theofilos. "L'Occidente finito?" borbotta padre Pizzaballa con accento bergamasco, "mah, certo siamo in crisi, ma c'è tanto del buono. Va solo valorizzato. Non amo il catastrofismo. E poi, come si fa a parlare di teocrazia...". Nel salone lungo una cinquantina di metri, percorso da tavoli fratini lungo tutto il perimetro, vanno e vengono leccornie. "Mangi, mangi, dopo tutto questo viaggio" mi esorta, porgendo una zuppa inglese con panna, un ragazzo vestito da poverello d'Assisi.

Si va tutti in biblioteca per la mezz'oretta di relax, imperniata sulla briscola e un liquorino all'anice chiamato Arak, parente meno aggressivo della Rakija balcanica. Accanto a me, frate Salvatore Comunale, napoletano; farà cent'anni a novembre. Che solarità qui dentro. Che bella dimensione dell'ora et labora. Confronto Theofilos e Pierbattista e penso: hanno ragione entrambi, solo che uno vede il bicchiere mezzo vuoto, e l'altro mezzo pieno. Possibile che non esista uno spazio di conciliazione? Come facciamo a litigare per un organo mentre l'Islam avanza? Che credibilità abbiamo?
* * *
Racconto del mio viaggio a Jack Arbib, un ebreo, a una cena dell'Istituto italiano di cultura. I suoi occhi emanano un'ironia contagiosa, è come se mettesse ordine nel mio subbuglio di sensazioni. "Le faccio un dono, ascolti. In ebraico bussola si dice Matspen. E sa come si dice coscienza? Matspun. Stessa radice. La coscienza, come sa, l'abbiamo inventata noi ebrei. Sa cosa vuol dire? Che la sua strada la deve cercare dentro di sé".

Ritorna l'ammonimento del monaco milanese, all'inizio del viaggio: non cercare i luoghi, ma le persone. Dio era qui e non me n'ero accorto, sta scritto nella Genesi. Giacobbe lo trova in un pascolo coperto di sterco e capre. Il Corano lo addita addirittura più vicino della tua vena giugulare. Il monoteismo è figlio del nomadismo, di una cultura che rifiuta l'idea di nazione legata a un luogo. Mi spiegano che la parola "arabo" e la parola "ebreo" vengono entrambe da "Habiru", nomade. Forse è tutto dannatamente semplice.

Parliamo del ritiro dei coloni da Gaza, del muro di divisione con i palestinesi. Forse tutto questo finirà. In fondo nel 1989, anche il muro di Berlino sembrava eterno. Se il muro cade anche qui, se gli togli questa gabbia agli ebrei, chi li tiene più, con l'anima nomade che si ritrovano. Torneranno a frullare per il mondo. Con o senza bussola.
* * *
Notte senza luna, ritorno al Sepolcro, la città vecchia s'è svuotata. Non so più dove cercare la pace dopo la cacofonia del giorno. C'era, penso, più armonia tra fedi a Sarajevo, prima che dei pazzi la distruggessero invocando il Dio-nazione. Qui mi sembrano tutti un po' matti. A Gerusalemme si diventa matti. C'è una sindrome ben codificata dagli psichiatri. Le fedi monoteiste diventano fedi monopoliste, in guerra per briciole di potere e terreni.

Sul tetto del tempio, sotto un cielo immenso pieno di stelle, c'è un monaco etiope, Michael, avvolto in una coperta. È solo, legge le Scritture senza bisogno di candela. Mi saluta con un'occhiata, mi ha giù visto durante il giorno, poi torna a immergersi nella lettura. Che nobiltà in quest'uomo. Ci siamo dimenticati che il fascismo, in nome della razza italica, massacrò la sua gente, un altro popolo cristiano, uno dei più antichi della Terra. I più poveri, anche, qui nel Sepolcro di Cristo.

Michael esce dal silenzio. "Guarda questa meraviglia sopra di noi e respira, imita il ritmo del mare. Onda e risacca, onda e risacca. E ripeti "Sia benedetto Dio santo e misericordioso" con lo stesso ritmo del respiro. È una tecnica antica come la fede". Mentre ci provo, Michael bacia il suo libro, si chiude nella coperta. Una leggerezza nuova scende tra di noi.
(26 agosto 2005)

Consulta anche: Gli articoli sul sito di Repubblica (fin che ci saranno)