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Indiana

Nel cuore della democrazia più complicata del mondo

Gramaglia Mariella


Editeur - Casa editrice

Donzelli

  Asia
India
Gujurat


Città - Town - Ville

Roma

Anno - Date de Parution

2008

Pagine - Pages

216

Lingua - language - langue

italiano

Edizione - Collana

Saggine


Indiana Indiana  

Un proverbio indiano recita: "qualunque cosa tu dica dell'India, è sempre vero anche il suo contrario". Schiacciati da tanta complessità, gli occidentali hanno spesso scelto di racchiudere un oceano sconfinato di differenze nelle piccole ampolle dei loro stereotipi. La spiritualità esercitata fino allo sfinimento, il fatalismo arreso di fronte al dolore di vivere, la povertà estrema degli umili inflitta dai potenti come un destino. Finché, con gli anni novanta, ecco farsi strada nell'immaginario occidentale l'ultimo dei clichés: l'India sfavillante, l'India che cresce, l'India del Pil da primato, la terra delle stelle di Bollywood, dei supermanager dell'informatica appena trentenni. Un'immensa minoranza, di oltre cento milioni di persone, fa tendenza nel mondo. Ma intanto, l'altra India, quella degli ottocento milioni di esseri umani che vivono con un dollaro al giorno, quella dell'analfabetismo femminile di poco inferiore al 50%, è rimasta uguale a se stessa? Mariella Gramaglia è vissuta un anno nel subcontinente. Dopo un lungo impegno nel femminismo, nella politica italiana e nelle istituzioni, ha scelto di dedicarsi a progetti di solidarietà e di promozione dei diritti. Questo è un diario di vita, di ricerca, di lavoro. Attraverso incontri, vicende pubbliche e dettagli della vita quotidiana, cerca di saggiare la temperatura del suo legame con l'India e della sua comprensione di quel mondo. Il volume è arricchito dalle fotografie di Laura Salvinelli.

 

Consulta anche: un' italiana nell' india delle donne coraggiose


Recensione in lingua italiana

Recensione su L'Indice
Questo libro, piccolo ma molto denso, è il diario di una persona che per professione e per atteggiamento politico/esistenziale guarda, vede, interpreta e classifica le realtà grandi e piccole che l'hanno circondata nell'anno trascorso in India come cooperante di Progetto sviluppo, una ong della Cgil. È stata un'occasione per lavorare in un contesto di solidarietà e cooperazione, ma anche per riprendere forza dopo un periodo di impegno politico amministrativo nel comune di Roma e rispondere a un bisogno di "libertà, di "ossigeno" e a quello "di cercare nuovi bandoli per capire il mondo", e "buoni occhiali" per guardare meglio l'Italia.
Il contenuto è distribuito su venti capitoli che descrivono situazioni, ambienti, percezioni o semplici deduzioni. È una sintesi, più o meno bilanciata, fra osservazione partecipata e letture. Si va dalla descrizione di come l'autrice, assimilata al ceto medio indiano, ha concretamente vissuto in una casa ad Ahmedabad, Gujarat, aiutata per l'organizzazione materiale da una schiera di domestici, alla descrizione della vita negli slums di Ahmedabad in Gujarat; dalla storia e natura dell'organizzazione presso cui lavora, la Sewa (Self Employed Women Association), alla tragedia delle bambine che non possono nascere; dalla piaga del lavoro minorile alle variegate e molteplici espressioni di religiosità (induisti, buddisti, jainisti…); dai problemi dei seguaci delle religioni del libro (islam e cristianesimo) fino a un quasi peana per Sonia Gandhi, "l'italiana più amata del mondo".
All'inizio, come è buona abitudine per chi non è solo giornalista, ma è stata impegnata nella politica locale e nazionale, chiarisce bene l'angolo di prospettiva da cui avrebbe guardato questa realtà così complessa e molteplice della quale, come recita il proverbio indiano citato nel risvolto di copertina, "qualunque cosa tu dica, è sempre vero anche il suo contrario".
Mariella Gramaglia non vuole cadere nella tentazione di rinchiudere tante complessità e differenze in uno dei molti stereotipi utilizzati da noi occidentali; pertanto rifiuta con forza anche gli ultimi cliché apparsi nella pubblicistica italiana e internazionale. Afferma, e il libro ne è testimonianza concreta, che l'India che ha percorso con occhi molto attenti, intelligenza e cuore, non è quella descritta e esaltata da Federico Rampini, "la Shining India", né quella disperata di Arundhati Roy, che già intravede una guerra civile.
Nel posizionarsi, Gramaglia afferma che le interpretazioni dei due, che pur sottolineano fatti concreti e innegabili, peccano di ideologia: sono chiavi interpretative diverse e possibili, ma troppo unilaterali e costrette a vedere solo "lungo una prospettiva colta da un unico punto di fuga". Cerca di trovare risposte, puntigliosamente facendosi domande e avanzando risposte per sé e per noi, rifuggendo da queste due ideologie, da lei ritenute speculari, guardando e partecipando alla vita che i suoi impegni, come cooperante nell'ambito di Sewa e di Progetto sviluppo, le impongono. Nel descriverci i suoi percorsi e itinerari, fisici e mentali, ci offre uno spaccato della vita e dei grandi problemi dell'India di oggi.
Tratta di molte cose, l'autrice, ma poco delle lotte con cui i più deboli fra la popolazione rurale, i braccianti, i contadini poveri, gli adivasi, i dalit, cercano di difendere i propri diritti: i diritti sulle terre, le foreste, l'acqua ecc. Gramaglia sa che non c'è compensazione possibile quando si espropria con la violenza di chi porta il cosiddetto "progresso"; simpatizza con le "dai", le levatrici, organizzate e sponsorizzate dalla Sewa, ma allo stesso tempo non trova niente da dire sulla paternalistica visione di Madre Teresa di Calcutta. Parla con simpatia e partecipazione dei pur limitati risultati dell'azione di ricostruzione in alcune zone devastate dallo tsunami, ma non ci documenta sul perché e come le protezioni naturali delle mangrovie siano state eliminate da imprese di allevamento intensivo dei gamberetti. Eppure era in visita in una zona (Nagappatinam, sulla strada per raggiungere il tempio di Shiva a Tanjavur) in cui da anni una coppia di seguaci di Vinoba e Gandhi Krishnammal e suo marito Jagannathan lottano per la terra accanto ai dalit (letteralmente gli "oppressi") e contro le imprese di allevamento dei gamberetti.
È il 2 ottobre 2007 che si conclude a Delhi la marcia per la terra, organizzata da Ekta Parishad, a cui hanno partecipato venticinquemila contadini poveri e braccianti per lo più provenienti da comunità di dalit e adivasi di tutta l'India. Ma anche di questa Gramaglia non ci dice nulla.
Non ci dice nulla dei molteplici e sempre più frequenti scontri fra polizia, più o meno ufficiale, e popolazioni tribali e contadini poveri minacciati da espropri di terra e risorse forestali a favore delle grandi multinazionali indiane e straniere, che hanno fatto dire a Manmohan Singh che questa è la vera nuova emergenza in India. Su questi conflitti si è rinnovata l'attrazione fatale per molti giovani e meno giovani dei movimenti guerriglieri neo-naxaliti che non si possono certo liquidare come "reperto archeologico"; basta far mente locale su quanto è avvenuto in Nepal.
Gramaglia non approfondisce la cause della strisciante guerra civile, né ci documenta sull'addestramento da parte di militari americani sulle tecniche di antiguerriglia sperimentate dagli Stati Uniti in molti paesi, con i disastri che tutti conosciamo. Non parla delle cause dei suicidi nelle campagne, dello strapotere della polizia, dell'uso di "squadracce" organizzate dai partiti dello stupro contro le più deboli, dell'erosione dell'impianto democratico da parte della destra induista. Quando ne parla, osserva solo che sono le cose che spiegano ma non giustificano la rabbia di Arundhati Roy.
Si tratta di un diario molto puntuale, ma che non vede o non vuole vedere una realtà che forse gli avrebbe fatto trattare Arundhati Roy con parole meno dure. Pur condividendo il giudizio dell'autrice sui movimenti di guerriglia e le possibili derive della lotta armata del secolo appena concluso, che dovrebbero averci vaccinato dalle tentazioni di scorciatoie nella soluzione di conflitti così complessi, non mi sembra proprio che la visione pessimistica di Arundhati Roy possa essere scartata specularmene a quella, sì ideologica, di Rampini.
Forse, da brava giornalista che è, se Gramaglia avesse guardato un po' più da vicino le Sez, le zone economiche speciali, o avesse seguito le vicende dei dalit e degli adivasi o anche, semplicemente, si fosse avvicinata ai disastri socio-ambientali che la modernizzazione delle tecniche produttive agricole ha già generato nelle zone rurali, ne sarebbe venuto fuori un quadro più completo dell'India contemporanea. Certamente molto di più che descrivere un luogo amato dagli hippy ("marziani") per poter incontrare un indiano conosciuto anni fa da un amico (ormai non più hippy) di Gramaglia, o raccontarci di un italiano capo-progetto in un progetto impossibile e totalmente marginale alla dinamica della società indiana.
L'autrice va ringraziata per la ricca bibliografia. Sicuramente molte e buone letture hanno permesso a Mariella Gramaglia di districarsi nella complessità delle situazioni sociali e politiche indiane e aiutano certamente il lettore che voglia documentarsi su un mondo che ci sarà sempre più vicino e simile nei meccanismi socioeconomici. Un utile glossario e nove splendide foto di Laura Salvinelli arricchiscono il testo.
Giorgio Cingolani

un' italiana nell' india delle donne coraggiose
Repubblica — 13 giugno 2008 pagina 52 sezione: CULTURA

i racconto una bella storia, così come l' ho capita. Insegna cose preziose, agli uomini, e specialmente alle donne. O viceversa. Riguarda Roma, l' India, il cambiamento di vita. La protagonista è Mariella Gramaglia. Un paio di anni fa era assessore nel Comune di Roma. Il Comune di Roma aveva il vento in poppa, e Mariella in particolare. Aveva una bella famiglia, un ricco curriculum: il '68, il femminismo, la collaborazione a giornali importanti e a Radio 3, la direzione di Noi donne - la prima di una donna non cresciuta alla scuola di partito - una legislatura da parlamentare... Fu a quel punto che a Mariella sembrò di dover cambiare vita. «Lentamente le parole hanno cominciato a morirmi in gola e le energie nelle mani. Vedevo il mio futuro conficcato in un notabilato che mi appariva torbido e privo di sorprese, come se la mia vita fosse già tutta scritta». Così se ne andò, dove si va a cambiare vita, in India. La sua non è stata l' India di un ashram o di un guru. Ci è andata per la Cgil e un suo progetto di cooperazione. Era in India da qualche mese, quando un visitatore le portò il libro che faceva furore in Italia: si intitolava La casta... Mise casa nel Gujarat, dov' è nato l' unico sindacato di donne del mondo, un milione di iscritte, si chiama Sewa. Mariella ha lavorato all' alfabetizzazione, alla ricostruzione della costa devastata dallo tsunami, al microcredito alle donne dei villaggi. Metà della popolazione femminile indiana è ancora analfabeta. «Un lavoro collettivo immenso... Ma io coltivo anche il mio giardino. Lascio che le indiane e gli indiani mi cambino... Per guardare meglio il mio paese domani». Dal suo sguardo di donna italiana sull' India - e di indiana sull' Italia - è nato un bellissimo libro appena uscito da Donzelli col titolo: Indiana, e il sottotitolo «Nel cuore della democrazia più complicata del mondo» (pagg. 216, euro 16). Il cuore, qui, non vuol dire genericamente «in mezzo a», vuol dire davvero il cuore, e il cuore indiano che Mariella ausculta è femminile. Immagine tradizionale, «Mother India». Qualche studioso ha descritto la dominazione coloniale come un rapporto fra il virile inglese e il femmineo bengalese... Ma l' India ha il suo maschilismo ostinato e a volte feroce. Del resto l' anima dell' India sta nella moltitudine di anime. Lo sguardo delle donne distanzia Mariella dalla soggezione ai record del Pil come dal profetismo furente cui cede Arundhati Roy, dopo le piccole cose. Sewa nacque dalle lotte delle sigaraie contro i mediatori del tabacco, delle cucitrici di coperte dagli stracci, delle venditrici di frutta contro le estorsioni della polizia di Ahmedabad, la città in cui Gandhi fondò il suo ashram. L' aura gandhiana avvolge ancora l' azione di Sewa, con la lezione del «negoziato fraterno», della lealtà nei confronti dell' avversario. Sewa cresce, nello scorcio del secolo passato, mentre viene meno l' occupazione maschile, tessile soprattutto. Una banca di Sewa cura il risparmio e il credito alle donne povere. Si batte contro gli usurai, che profittano di tradizioni spesso rovinose, come l' obbligo della festa di nozze e della dote alle figlie. Prende a cuore la sorte delle madri incinte e delle vedove. «Ancora oggi le eredi della grande Indira si accoccolano intorno al desco solo quando gli uomini hanno finito e mangiano quello che è rimasto, se è rimasto». Contrasta i conflitti intercomunitari e intercastali, che infiammano e insanguinano l' India. Sewa ebbe una grande leader, Ela Bhatt. Quando gli studenti di medicina delle caste alte, nel 1981, si ribellano all' ammissione di una quota fissa di dalit, i cosiddetti intoccabili, alla facoltà, facendo decine di morti, Ela Bhatt va ad affrontarli coi loro baroni: «Vedo le donne morire di parto perché nei villaggi si taglia il cordone ombelicale con un coltello sporco e arrugginito, e voi pensate ai vostri posti». Nel 1987, in un villaggio del Rajasthan una vedova di diciotto anni, Roop Kandar, si lasciò bruciare sulla pira dopo la morte del marito. Una enorme manifestazione di donne venute da ogni angolo dell' India smascherò la pressione perversa dei fratelli e il mercato attorno al culto della ragazza. Portare con sé nella morte la propria donna è difficile da immaginare per noi, salvo che pensiamo ai femminicidi di mariti e amanti e pretendenti: e non moriamo nemmeno. E' grazie a Sewa che oggi le donne dei villaggi imparano ad avere un nome e usarlo, e non dire di sé solo «sono la madre di Sanjai» o «la moglie di Arun». Le mie amiche di Sewa - dice Mariella. Spesso giovani, sottili. Eppure le sembrano sorelle maggiori. Perché vengono da più lontano, sono più capaci di una benevolenza reciproca. «Il loro pudico silenzio intorno al discorso sessuale, punto fondante e quasi ossessivo della disciplina gandhiana, anche se non è in nessun modo condivisibile dalla nostra cultura, appare a me un riposo dall' insolente narcisismo e dal patetico mito dell' eterna giovinezza che si respira nei nostri paesi». Nel 1994 Ela Bhatt si dimise. Era una leader internazionale, era stata parlamentare e autrice di una grande inchiesta sulla condizione femminile, «e si è allontanata dalla presidenza di Sewa con grazia e semplicità, alla ricerca di qualcosa di più profondo». Ha scritto un libro importante: «Siamo povere, ma tante». La conversazione fra l' italiana e l' indiana è bella come una visita di Maria a Elisabetta. Dice Ela: «Gli uomini non sanno mettere la testa sulla spalla di nessuno: quando sono disperati sanno solo bere ed esibire il loro potere in famiglia». Spiega che nella banca di Sewa si intestano conti solo alle donne: un conto corrente tutto per sé. Nel suo distacco spontaneo dal potere Mariella si specchia. Quando Ela ebbe raccolto il capitale necessario a fondare la banca di Sewa, ebbe bisogno di quindici firme di socie fondatrici che ne prendessero la responsabilità giuridica. Fece venire a casa sua quattordici donne analfabete e, dall' alba fino a sera, insegnò loro a scrivere il proprio nome. Era il 19 marzo 1974. In un villaggio millenario, Mariella è ospite della anziana levatrice. Il governo nazionale non finanzia più i corsi per le levatrici, con l' astratta motivazione che è più moderno e sicuro ricoverare le partorienti in ospedale: solo che le contadine di villaggio non ci arrivano. Sewa investe sulla saggezza antica delle levatrici, e sulla loro formazione nella contraccezione, la prevenzione dell' aids, l' alimentazione. L' India è il paese in cui nascono poche bambine, in un mondo che sarà salvato, se lo sarà, dalle bambine. Cento milioni di bambine mancate in un decennio. Non è il governo, spiega Mariella, a fomentare la falcidie delle bambine, ma il pregiudizio delle famiglie, e di quelle medio-alte in particolare. Una legge del 1994 punisce, per la predeterminazione del sesso, medici e genitori fino a cinque anni di carcere. In realtà, perseguire il reato è difficilissimo. Le «quote» femminili sono in vigore, dai consigli di villaggio fino al parlamento nazionale, e hanno una qualche efficacia. Ma la resistenza maschilista produce un vero martirologio. «Shyama Tomar, picchiata ed esposta nuda nella piazza di Bagli Nadar perché aveva perseguito la sottrazione illegale d' acqua dai depositi collettivi del villaggio. Mathurabai, frustata e spogliata in pubblico perché aveva denunciato il precedente presidente del consiglio locale, che le estorceva denaro e le impediva di esercitare il suo mandato. Guddibai, violentata dai suoi avversari per vendicarsi delle elezioni perse. Mumtaz, stuprata e torturata da venti uomini dopo che aveva vinto le elezioni...». L' elenco continua. «E' questa frontiera estrema, a rischio di morte, che si valica in India quando si parla di quote di donne in politica». Mariella è appena tornata: ragioni di salute, di famiglia. Ci ha portato un bel regalo.
ADRIANO SOFRI

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