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15/08/2020 06:26:15

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Arabia Felix

Hansen Thorkild


Asia
Medio Oriente
Yemen

Anno - Date de Parution

1992

Pagine - Pages

438

Lingua - language - langue

italiano

Edizione - Collana

Iperborea


Arabia Felix Arabia Felix  


Il 4 gennaio 1761 una nave lascia il porto di Copenhagen: a bordo vi sono un filologo, un botanico, un astronomo, un medico, un pittore e il loro servitore. Sono diretti in Arabia, l’Arabia Felice, come si chiamava allora lo Yemen. La spedizione deve riportare il maggior numero di osservazioni, studi, reperti, che aiutino i sapienti d’Europa a trovare risposte alle nuove esigenze di conoscenza. Ma è proprio questo lo scopo del viaggio? E’ proprio solo l’avidità di sapere che spinge la prima grande spedizione scientifica del Nord, nell’Europa dei Lumi, a scegliere per meta un paese che porta il nome della felicità, o non è il sogno che vi sia davvero un luogo in cui la si può raggiungere?
Tratto dalla scheda di Baggiani, A., L'Indice 1993, n. 9

Tirando fuori dal dimenticatoio lettere, diari inediti, erbari polverizzati, questa volta Hansen, noto giornalista e abile ricostruttore di puzzles storico-archeologici, ci consegna, ben impacchettata ma piena di sorprese, una vera, affascinante spedizione geografica settecentesca. Alla ricerca dell'"Arabia Felix" si muove infatti - tra il 1761 e il 1766 - una curiosa e malassortita équipe di esploratori al servizio del re di Danimarca - in concorrenza con la Svezia. Dei sei personaggi che compongono il gruppo, diversissimi per formazione e carattere, uno solo tornerà: l'agrimensore tedesco Carsten Niebuhr, cui si deve infatti la prima precisa descrizione ufficiale dello Yemen, l'Arabia Felix del titolo. Incomprensioni, malintesi, ripicche, dividono i suoi colleghi e oppongono soprattutto il filologo von Haven e il geniale quanto ostinato Forsskål, botanico esperto, allievo di Linneo (cui manderà infatti, come d'uso, semi e descrizioni, e Linneo darà il suo nome a una pianta). Manca un capo, e l'onestissimo Niebuhr è solo il tesoriere. Gli imprevisti, un tentativo, forse, di avvelenamento, la difficoltà di adattamento a climi e luoghi finiscono col far precipitare le cose e solo la solida umiltà dell'infaticabile Niebuhr riuscirà ad aver ragione di una realtà sempre più romanzesca. Ma il viaggio diventa così una metafora, senza perdere nulla del suo interesse specifico, per merito del narratore, che segue passo passo le vicende e continua a interrogarsi sul gusto del potere e sul senso della ricerca. E neppure la sconsolata constatazione dei guasti della burocrazia - anche i danesi! -, che rende inutilizzabile gran parte delle preziose informazioni raccolte a costo della vita, riesce a gettare un'ombra su un'avventura e una sfida in cui un quasi brechtiano eroe al contrario può, annullandosi, vincere per pura tenacia perché non ha mai perso di vista il suo fine ultimo.