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Il paese delle donne dai molti mariti

Tucci Giuseppe

Editeur - Casa editrice

Neri Pozza

  Asia
Nepal
Tibet

Anno - Date de Parution

2005

Pagine - Pages

285

Lingua - language - langue

italiano

Edizione - Collana

Il cammello battriano

Prefazione

Malatesta Paolo

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Il paese delle donne dai molti mariti


Il paese delle donne dai molti mariti Il paese delle donne dai molti mariti  

TUCCI RIVISITATO OD OPERAZIONE COMMERCIALE?
tratto da Himalaya e dintorni, Newsletter di Marco Vasta - N° 20 - Ottobre 2005
Non esistevano guide del Tibet quando lo visitai nel 1986. Per orientarci nel fantasmagorico Kumbum di Gyantse, ricorremmo al terzo volume dell'Indo-Tibetica. Lo avevamo trovato nella biblioteca dell'Università di Macerata, città natale di Tucci. Era intonso!
Del resto nessuno studioso, né tantomeno un turista avrebbe potuto verificare di persona quelle descrizioni approfondite e la prof.ssa Angela. Montironi, docente di Storia dell'arte in quell'università, era la prima maceratese ad entrare nel tempio dopo il grande orientalista. Pochi diari di Tucci sono tutt'ora in circolazione, ripubblicati da Newton & Compton ed in verità un un po' tediosi. Ma per gli scritti minori, solo ricerche in biblioteca od emeroteca possono tutt'ora dare accesso alla vastissima produzione tucciana.
La casa editrice Neri Pozza colma questo vuoto programmando una serie di otto volumi antologici. Si scopre un Tucci scrittore accurato, attento, competente ma soprattutto il viaggiatore insofferente della vita sedentaria, amante dei grandi spazi, delle giornate di cammino in cui sembra di non esserci spostati tanto è infinito il "paese delle nevi". Ma a chi consigliare questo libro?
Il titolo accattivante "Il paese delle donne dai molti mariti", ammicca ad una pratica oggi scomparsa ma che ancora suscita la curiosità nel turista. Nella introduzione, Stefano Malatesta si abbassa al "gossip". Forse voleva alleggerire gli scritti, un po' pesanti nell'italiano ormai desueto. Fatterelli e notizie che non emergono dagli scritti, ma dalle discalie delle fotografie.
Da Neri Pozza ci aspettavamo di più. Almeno qualche nota esplicativa ai testi, spesso impegnativi. Alcuni articoli si riferiscono a "il mio recente viaggio", ma in tutto il testo chi non conosce la biografia di Tucci, non capirà dove si è svolto se non che in Himalaya.
Forse si potevano correggere o precisare alcune informazioni fornite da Tucci: nella pagina dedicata a Csoma de Xoros, rimane quindi sconosciuto il luogo del suo soggiorno in Zanskar, oggi ben definito. Forse nei volumi successivi, la scelta di un curatore competente permetterà di rendere più leggibili i brani scelti. Ci auguriamo che i prossimi volumi non siano solo antologici ma che finalmente venga pubblicata una biografia del grande orientalista.
Le recensioni uscite sui quotidiani permettono alcune considerazioni. Mario Biondi e Bernardo Valli, toccano il tasto dolente che turba gli ammiratori del grande orientalista: l'adesione di Tucci al "Manifesto della razza" e la frequentazione accademica con Karl Haushofer, "guru" del nazismo. Tucci è figlio del suo tempo, ma bisogna ammettere che soprattutto studiava culture, religioni e arti dei paesi che esplorava con le sue spedizioni. Opera meritoria ed eccellente, e l'Italia uscita dal fascismo continuò a finanziare le sue ricerche e il "divo Giulio" ne fu patrocinatore entusiasta. Per chi volesse scorrere le recensioni di Repubblica, Giornale e Infinite storie, sono riportate più sotto. MV


Per motivi a noi sconosciuti, ma che il lettore facilmente intuirà, l'editore ha dato nuovi titoli ai brani citati, ad esempio:
Himalaya p. 35- "L'ultima mia spedizione sull'Imalaja" in "la nuova antologia", 1933 (resoconto spedizione del 1931);
"Templi e Pagode" a pag 35 - "Nel paese dei lama" ne "Le Vie d'Italia e del Mondo", 3 - 1935 (spedizione al Kailash 1935);
"Splendori di un mondo che scompare" a pagina 47 - "Nel tibet occidentale" ne "Le Vie d'Italia e del Mondo", 8 - 1935 (spedizione al Kailash 1935);
"Carovane" p. 57 - ne "Le Vie d'Italia e del Mondo", 1935 (spedizione al Kailash 1935)el Tibet centrale" in Bollettino R. Società geografica Italiana, 1940:
"L'altare della terra" p. 63 - "la mia spedizione nel Tibet" in "Asiatica" 1940;
"Nepal" p.75 - "Note ed appunti di viaggio nel Nepal" in Bollettino R. Società geografica Italiana, 1931;
"Nirvana" p. 113 - "Teorie ed esperienze dei mistici tibetani, in "Il Progresso Religioso" 1931;
"Berretti gialli e berretti rossi" p. 131 - "Berretti rossi e berretti gialli" in "Asiatica" 1938;
"le tombe dei re" p. 141 - "la città santa e le tombe dei re del Tibet" in "le Vie del Mondo" 1950;
"Nel cuore del Tibet" p. 151 - "la regalità sacra nell'antico Tibet" on "Studies on the history of religions" 1956;
"Gli dei di burro" p. 179 - "Gli dei di burro" in "La lettura" 1943;
"Vita nomade" p. 191 - "Vita nomade" "Club dei campeggiatori romani" 1956;
"Deserti" p. 205 - "Antiche civiltà dei deserti del Lop" in "Asiatica" 1941;
"I taru" p. 217 - "I taru del Nepal" iin "le Vie del Mondo" 1956;
"Nel paese delle donne dai molti mariti" p. 223 - "Nel paese delle donne dai molti mariti" in "la Lettura" 1936;
"L'arte di far esuscitare i morti" p. 233 - "L'arte di far esuscitare i morti" p. 233 - in "L'economia umana" 1951;
"L'abisso delle madri" p. 241 - "Il demoniaco in oriente" in " Quaderni dell'associazione culturale italiana" 1952;
"Un tempio terrificante" p. 257 - "Ghianzé e il suo tempio terrificante" in "Le Vie del Mondo" 1938;
"Acque cosmiche" p. 267 - "Il Manasarovar lago sacro del Tibet" in in "Le Vie del Mondo" 1936;
"Il Kailasa" p. 275 - "Il Kailasa montagna sacra del tibet" in "Le Vie d'Italia e del Mondo" 1938

Il paese delle donne dai molti mariti è il titolo del primo libro della serie di racconti di viaggio della Neri Pozza Editore che raccoglie gli articoli e le note di Giuseppe Tucci sulle sue spedizioni in Tibet

Negli anni in cui insegnava in India, dal 1926 al 1930, avendo come collega di studi Mircea Eliade, appena il caldo delle pianure indiane si faceva insopportabile, Giuseppe Tucci emigrava verso il più fresco nord, come il resto della colonia europea. E qui, tra le montagne tra Simla e il Kashmir, incontrava quasi tutti i viaggiatori e gli esploratori più famosi dell’epoca, da Sven Hedin a Aurel Stein a Paul Pelliot. Uomini abituati alla rudezza dell’Asia centrale e alle fatiche e ai pericoli dei viaggi e poco portati a sognare a occhi aperti. Eppure Tucci era solito dire che questi traversatori di spaventosi deserti e scalatori di montagne considerate inaccessibili nascondevano tutti come un desiderio infantile: un giorno, al mattino, quando la nebbia si dirada e i panorami tornano sconfinati, avrebbero trovato Shangri-là, quel paese dell’eterna giovinezza immerso nella luce e abitato da saggi vestiti di bianco e un sorriso ebete sulle labbra, come nel film di Hollywood tratto da un celebre romanzo.
Quello che Tucci taceva era che anche lui faceva parte del gruppo «bella Shangri-là» ed era in attesa dell’apparizione come i suoi amici.
Colui che è stato, infatti, il più grande studioso del Tibet, un poliglotta che parlava tutte le maggiori lingue e i dialetti asiatici, un sapiente venuto da ovest che conosceva i segreti delle culture indiane e tibetane e si muoveva tra queste con la stessa disinvoltura dei santoni che oggi richiamano folle deliranti al Kumbamela, non ci ha lasciato soltanto una vasta ed erudita opera oggetto di studi nelle università di tutto il mondo, ma anche racconti di viaggio che narrano di vicende avvincenti e articoli corposi, accompagnati da fotografie stupende, apparsi su riviste come «Asiatica», «Le Vie d’Italia e del Mondo», il «Bollettino della R. Società Geografica Italiana». Scritti che mostrano un intreccio unico di dottrina, passione ed empito visionario e hanno il ritmo delle carovane così amate da Tucci: un lento, meraviglioso e quasi incantato avvicinamento a una Shangri-là dell’anima, a un mondo agli antipodi di quello occidentale, svelato vallata dopo vallata fino a quando la carovana non ha raggiunto il passo da dove lo sguardo spazia e le domande più difficili diventavano per la prima volta alla portata degli umani.
Il primo libro della serie di racconti di viaggio che presentiamo, Il Paese delle donne dai molti mariti, raccoglie alcuni di questi articoli e note ed è quasi un diario segreto di questo imprevedibile e smagato viaggiatore che con cinquanta muli, una tenda e i Canti di Leopardi in tasca si avventurava nei luoghi più sperduti dell’Asia centrale.

 

Consulta anche: "Gli dei di burro" recensione di Mario Biondi

Recensione in altra lingua (English):

Dalla prefazione di Stefano Malatesta

Giuseppe Tucci è stato un visionario come lo erano i santi e i profeti di una volta. Ma come questi avevano passato la loro vita a cercare gli dei, così Tucci aveva passato la sua ad evitarli, almeno quelli delle culture monoteistiche. Il buddismo, questa forma suprema di laicismo scelta da anime religiose che non si adattano ad avere un pantheon di padri
padroni sopra di loro, l’aveva messo in guardia sulla vanità e sull’inadeguatezza della mente inutilmente sovrana del passato e del futuro, del prossimo e del remoto.
E sulla necessità, imperiosa per gli uomini, di staccarsi dall’effimero tragitto che porta dalla nascita alla morte. Quando io l’ho conosciuto aveva passato gli ottant’anni e si era appena rotto una gamba salendo in montagna. «Sono stato per morire », disse, con una voce che sembrava provenire da quell’inferno tibetano che aveva così ben studiato: «Un’esperienza straordinaria».
(...) Aveva già incominciato a interessarsi del paese delle donne dai molti mariti, come lo aveva chiamato, andando alla ricerca di scomparsi testi buddistici in sanscrito che però erano rintracciabili nella tradizione tibetana. Ma questa esigenza filologica ci dice pochissimo su quello che provò Tucci quando mise piede per la prima volta nel Tibet. Non fu solo un cambio o un’alternanza di studi, fu un’attrazione fatale.
Chiunque sia arrivato per la prima volta nel Tibet, ha sempre avuto l’impressione di stare su un altro pianeta. A differenza di altri, Tucci fece completamente suo quel mondo alieno come se stesse aspettando l’incontro da innumerevoli vite: qualcosa di traumatico che gli impedì di scriverne per anni prima che l’eccitazione si fosse depositata in una assoluta consapevolezza.
Raccontava spesso che arrivato di fronte al Kailas, montagna sacra a tre religioni, gli era
sembrato di trovarsi in presenza di un dio che faceva piegare le ginocchia. E il lago Manasarovar, il lago di Brahma, aveva il fulgore del simbolo «dell’eterna essenza del cosmo» e di quell’incognita energia che crea «l’infinite forme dell’essere». Le sue descrizioni dei paesaggi partivano sempre dai modi occidentali, cioè l’individuazione dei particolari, accompagnati da uno stile coloristico, e finivano nella spiegazione mistica, nella ricerca di un significato più profondo. Il Chomolai aveva pareti a picco inaccessibili su cui nemmeno le nevi e i ghiacci facevano presa e in cima nascondevano una dea. Nelle pianure immense in fondo alle quali, verso sud, si addormentava in uno scintillio rossastro la catena himalayana, gli uomini e le bestie apparivano minuscoli e insignificanti, schiacciati dalla maestà delle rocce che li sovrastavano.
(dalla prefazione a “Il paese delle donne dai molti mariti”)

Una citazione dal libro:

"... la solitudine mi è sempre apparsa la migliore consigliera e amica: estingue le diffidenze, i sospetti, quello stato di allarme continuo che, nella vita consociata, per la necessità della difesa e della vigilanza, rendono l'uomo guardingo: la vita all'aria aperta, fra gli alberi o le rocce, sotto il sole o lo stupore freddo della luna, restituisce all'uomo una serenità innocente. Queste città rimbombanti di rumori e stridori e scoppiettii, la corsa obbligata fra mura e rotaie, il necessario incedere a testa china nei lunghi corridoi delle strade che tagliano il cielo a fette, soprattutto il vivere inconsapevoli delle vicende della Gran Madre comune, privano l'uomo di resistenze fisiche necessarie, logorano i nervi, intossicano lo spirito, ingombrano la mente di curve vane.

L'uomo cominciò con l'essere un nomade; questo modo antico depositato in fondo al nostro subconscio monta spesso alla superficie con i suoi capricci archetipali e con la bramosia del viaggiare che sboccia in noi con il lume della ragione e ci accompagna per tutta la vita. E ne giova perché apre la mente.

Però stiamo attenti: il viaggiare con i mezzi meccanici che traduce in termini moderni il nomadismo ancestrale, se ben considerate, è soltanto illusione di libertà, soggetto com'è al vincolo degli orari, ai posti negli alberghi, ai programmi certi, onde diviene piuttosto prigionia dalla partenza all'arrivo, senza evasione di soste o divari; persino l'automobile ci incatena per l'incanto della corsa, perché occorre sempre uno sforzo per sottrarsi alla malia della velocità e ubbidire all'invito di una rovina o al richiamo di un orizzonte aperto. Ma quando avete una carovana tutto è diverso; vi sentite padroni del mondo: i padri antichi che vennero forse dall'Asia a popolare la squallida Europa, rivivono in voi, vi sentite parenti di conquistatori primordiali; oggi qui domani non sapete dove, dove c'è erba e acqua o dove vi incanta la bellezza dei luoghi, la maggior delizia per il poeta che in fondo a noi, se non siamo divenuti come i bruti torpidi e sprovveduti, sempre vigila e sogna. Soltanto allora trovate e godete la libertà."



Recensione in lingua italiana

RECENSIONI

Giuseppe Tucci una vita nomade a caccia del mito
- di Bernardo Valli - Domenica di Repubblica 4 settmebre 2005


In Nepal scrive: “Il silenzio sospeso nell’aria vegliava, solo, sul luogo dove era nato
Gauthama Siddhartha che doveva, dopo il
suo risveglio spirituale, diventare Budda”.

Ai piedi del Potala, nel tardo autunno di due anni fa, socchiudo gli occhi e lascio alla fantasia il compito di ricostruire Lhasa cosi come era nel 1948, quando Giuseppe Tucci vi mise piede per l’ultima volta. Ho appena letto la sua descrizione, ed anche di altri, in particolare quella meno aristocratica e più passionale di Alexandra David - Néel della stessa epoca.
La città, cresciuta senza un piano, prestabilito, è popolata da gente di tutte le razze e vestite in tutte le fogge. È una tavolozza di colori sui quali prevalgono il rosso e il giallo. Sulle piazze e le strade scorre un fiume umano in piena: pellegrini, mercanti, mendicanti, asceti si confondono con uomini e donne del posto; si muovono come un gregge senza pastore, in direzione di pagode cariche d’oro e gremite di statue, tra i cumuli di rifiuti e le fosse che servono da latrine, esposte a tutte le curiosità e a tutte le intemperie. La luce nobilita anche gli angoli più luridi. La luce del Tibet non è paragonabile a nessuna altra. L’azzurro intenso del cielo e il bianco antico delle montagne innevate si contendono il ristallo dello spazio. Il sole accende i colori senza attenuare il gelo, che quasi non si sente tanto è asciutto. Con la sua mole massiccia, il Potala protegge la città e domina l’intera valle tagliata dal corso del Chiciu e serrata a nord e a sud da montagnenude, quando non sono coperte di neve.
Là, oltre la città, si stende un paese silenzioso e strano; geloso dei suoi segreti; apollaiato sul tetto della Terra, l’altare del mondo, a un’altitudine che può uccidere chi vi sale partendo dal livello del mare; allungatosusteppesterminate, costellate di laghi la cui acque gelate sono di un blu più intenso di quello del cielo.
Quando riapro gli occhi, per alcuni minuti tengo alto lo sguardo, lascio che si perda nello spazio in cui si riflettono colori eterni e inviolati. Cerco di non disperdere subito le immagini recuperate dagli scritti dei viaggiatori di un tempo. Concludo il gioco infantile ritornando al traffico, automobilistico e umano, simile a quello di tante altre città della Cina. La Cina che ha inghiottito il Tibet conosciuto da Giuseppe Tucci, riducendolo a un paese
come tutti gli altri. O quasi.
Tucci ha avuto la fortuna di esplorare, di conoscere, di studiare quel Tibet in gran parte scomparso. Vi aveva trovato una terra promessa, un rifugio per evadere dall’Occidente industrializzato e in generale dalla sua modernità, che aborriva.
Aveva partecipato alla Prima guerra mondiale e l’esperienza l’aveva spinto, come altri giovani ufficiali, verso il fascismo. E questo lo induceva a pensare che la battaglia, l’azione, il rischio, fossero «un antidoto alla fredda razionalità e alla
spersonalizzazione dell’era contemporanea ». Anche la conoscenza delle religioni orientali poteva servire a immunizzare l’Occidente da quei mali che l’avrebbero portato a un’inevitabile decadenza. Per salvarsi la civiltà europea doveva attingere forze e idee dalla civiltà asiatica. Il Tibet, per la sua inviolata autenticità, era l’antidoto per eccellenza. Era incontaminato.
Immobile nella sua perenne, preziosa, incantata antichità. Qualcosa di simile a uno scrigno smarrito, dimenticato, lassù, sulle vette più alte. Irraggiungibile per gli affannati comuni
abitanti delle metropoli occidentali a corto di fiato.
Le difficoltà materiali per raggiungerlo ed esplorarlo, e il lavoro intellettuale per aprirlo e decifrarne il contenuto, impegnavano tutte le sue doti e sollecitavano le sue ambizioni, eccezionali e sconfinate. Il fisico, l’intelligenza, la cultura (conosceva le principali lingue europee, il cinese, il sanscrito, il tibetano, l’hindi e vari antichi idiomi asiatici), e una passione alimentata da una vanità incontenibile, gli consentivano di affrontare avventure perigliose e imprese scientifiche rimaste esemplari, per gli studiosi dell’Asia (un tempo
chiamati orientalisti).
L’immagine che si ha di lui assomiglia a quella di un superuomo, cosciente di essere tale. E quindi superbo. Non sempre simpatico. Altezzoso. A tratti arrogante. Cosi mi apparve quando lo incontrai e non mi lasciò neppure il tempo di porgli una domanda. Parlò per più di un’ora. Ma non mi pentii di averlo ascoltato in silenzio. Era anche un seduttore.
Alla fine sentii una profonda riconoscenza per il tempo che mi aveva concesso.
A trent’anni, grazie a Carlo Formichi, suo professore di sanscrito, Tucci ottiene la cattedra di lingua e letteratura italiana all’Università indiana di Shantiniketan, fondata da Rabindranath Tagore. E in quel periodo traduce dal cinese e dal sanscrito vari testi classici.
Ma l’esperienza in quell’università non dura a lungo. L’interrompe un incidente al quale lui è personalmente estraneo.
Tramite Carlo Formichi, il governo italiano invita Tagore a Roma, e durante la visita il poeta si indigna per il modo in cui la stampa affianca fascismo e nazionalismo indiano, e rompe ogni tipo di collaborazione con l’Italia. I tentativi di sfruttare i richiami di Gandhi (e di Nehru) al Risorgimento italiano, e in particolare a Mazzini, si ripeteranno anche negli anni seguenti,
da parte di Carlo Formichi, il cui obiettivo era appunto di alleare fascismo e nazionalismo
indiano in funzione anti britannica.
Costretto a lasciare l’università di Tagore, Tucci resta comunque a Calcutta e poi a Dacca con vari incarichi universitari e pubblica alcuni saggi sul confucianesimo e il taoismo. L’esibita fede fascista gli servirà poi per ottenere i finanziamenti indispensabili alle sue spedizioni. Per questo non esiterà a sottoscrivere il documento del regime sulla condanna della razza ebraica. Tuttavia la passione per le esplorazioni e la ricerca scientifica prevarrà ampiamente,
consentendogli alla caduta del fascismo di far apparire quella ideologia più strumentale
che autentica. L’indiscutibile valore dei suoi studi, e il prestigio internazionale,
contribuiranno a ristabilire molto presto la sua autorità anche sull’Ismeo (Istituto per il Medio ed Estremo Oriente) da lui fondato nel ‘34, con Giovanni Gentile.
I suoi studi restano oggi un punto di riferimento per chiunque si occupi di Tibet e in particolare di arte tibetana. Come vengono riconosciute e celebrate alcune sue scoperte archeologiche, anche in Cina, in Iran, in Pakistan, nel Nepal.
Tucci amava la vita nomade. Nella raccolta di suoi scritti appena pubblicata, con una introduzione di Stefano Malatesta (Il paese delle donne dai molti mariti, Neri Pozza, euro 17,50), racconta «l’irrequietezza mai sazia» che gli faceva detestare fin da ragazzo le pareti domestiche e prediligere il vagabondaggio come forma di vita. Gli esempi di due concittadini, entrambi nati come lui a Macerata, l’hanno subito spinto verso l’Oriente. La grande avventura intellettuale di Matteo Ricci in Cina nel tardo Cinquecento, e quella di Cassiano Beligatti in Tibet nel Settecento, hanno acceso la sua fantasia d’adolescente.
Amava le carovane, la solitudine sulle alte valli del Tibet, del Sikkim, del Nepal, e le avventurose indagini per arrivare a un manoscritto o a un dipinto.
Nel ‘52, quando ha cinquantotto anni, dopo una marcia di quaranta giorni dalla frontiera tibetana, Giuseppe Tucci arriva in prossimità di Rumindei (oggi Lumbini, nel Nepal). È il 27 novembre ed è già il crepuscolo.
Il sentiero polveroso sul quale avanza nella pianura monotona sembra senza fine. I soli rilievi in cui inciampa lo sguardo sono due leggere prominenze, due timide gobbe, che nella luce metallica del tramonto sembrano un trepidante miraggio destinato a sparire in quella
sconfinata solitudine.
«...Il silenzio sospeso nell’aria vegliava, solo, sul luogo dove era nato Gauthama Siddhartha che doveva, dopo il suo risveglio spirituale, diventare il Budda». Cosi uomini caduti nelle sue battaglie vittoriose, viene in pellegrinaggio a Rumindei per cercare la pace nelle parole di Siddhartha.
Tucci è affascinato da quella celebre conversione del sovrano tormentato dal rimorso per la violenza delle guerre in cui ha trionfato.
Anche lo studio del buddismo (tantrico, cioé iniziatico ed esoterico) che incontra in Tibet conduce Tucci a qualcosa di molto simile a una conversione. Ma non a una conversione totale. Le sue restano le incursioni di un occidentale.
Egli si tuffa nell’Oriente ma non vi si perde. Non si lascia inghiottire.
Per lui le scuole di quel tardo buddismo, annidate nei grandi monasteri (in cui ama soffermarsi
e discutere, conquistando i monaci con la sua conoscenza della loro lingua e della loro cultura), sottopongono a un’acuta analisi il nostro io e servono a enucleare
dall’imperfetta creatura che siamo un essere perfetto al di là di ogni contingenza e dolore.
Ma la teologia e la metafisica di quelle scuole, pur avendo una poderosa impalcatura
logica, devono dimostrare anzitutto la falsità delle opinioni e delle teorie correnti, e condurre alla conclusione che il vero è oltre la formula logica, non oggetto di conoscenza, ma di esperienza. Tucci trova sul tetto del mondo un alleato contro il razionalismo dei suoi contemporanei
occidentali.

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Gli dei di burro
Nel Tibet di Giuseppe Tucci


Quando si visita un monastero buddista bisogna procedere con molta cautela, in particolare se non si è ancora svolta o si sta svolgendo la funzione mattutina. E con moltissima cautela bisogna puntare la macchina fotografica. Escluso sempre in maniera tassativa di farlo all'interno dei templi, anche all'aperto ci si troverà ovunque davanti qualche monacello imberbe e imbronciato, di stazza minuscola ma compatta, che ci mulina l'indice sotto l'obiettivo esplodendo certi gutturali ”No, no“ che preludono al cupo salmodiare lo “Om Mani Padme Hum“ in tonalità degne di Scialiapin. Poi magari nel pomeriggio ti corrono dietro per farsi fotografare abbarbicati a te, cercando di parlare di football e di scrivere faticosamente un indirizzo mail a cui mandare la foto, ma il mattino, in attesa della preghiera, niente da fare.

Anche nei cavernosi recessi del monastero trovi sempre un monacone rasato a zero e drappeggiato nella tunica rossa che ti sventola severo il dito sotto il naso: ”No photo, no photo“. Finché inopinatamente, sulla porta di uno dei tanti antri, ampio e coloratissimo, il monaco di turno ti dice che, sì, lì puoi fotografare tutto quello che vuoi. Tu rimani di stucco, perché sei circondato da un policromo tripudio di immagini sacre votive, che mai penseresti di poter dissacrare con il tuo flash. Invece sono soltanto RAPPRESENTAZIONI del sacro, NON il sacro in sé, che non può consustanziarsi in un oggetto appartenente all'illusorio ambito del reale. Al contrario, dunque, il flash, con la sua luce, e la tua presenza, con il suo calore, contribuiranno al modificarsi di tale rappresentazione fino al suo disfacimento e al conseguente passaggio nel vero reale, il vuoto. Perché - come del resto avrebbe dovuto avvertirti il sentorino quasi di piedi - le bellissime (o anche truci) e coloratissime immagini sono fatte con il più deperibile dei prodotti, il burro, sia pure di yak.

Foto a parte, tutto ciò viene spiegato con impareggiabile maestria in Il paese delle donne dai molti mariti di Giuseppe Tucci, grande specialista di filosofie orientali e in particolare di buddismo e cultura tibetana, uno dei più grandi al mondo. Grandissimo ma non precisamente indimenticato, in Italia. Se si effettua una ricerca nella più importante libreria virtuale del nostro paese, compaiono al massimo cinque titoli, di cui uno indisponibile. Se invece lo cerchi su Amazon americana, ti viene scaraventato sotto il naso lo stupefacente numero di poco meno che 600 titoli, sia pure in buona misura doppioni o in lingue diverse o di disponibilità limitata (e probabilmente qualcuno di quei Tucci non è lui). «Il Tibet, Tucci?» si sentirebbe chiedere oggi se proponesse un suo testo a una qualsiasi pubblicazione di qui. «A chi interessa? Va be', al massimo un paio di cartelle, visto che ha queste foto di moda e modernariato tibetani (ce le dà gratis, vero?), ma non si diffonda come al solito in quelle sue mortali disquisizioni su arte, cultura e religione. Chi le legge? Sia breve e lieve, diverta...» Doppiamente meritevole, quindi, il lavoro di chi ha raccolto questi anche ardui testi per riproporli al lettore italiano di oggi.

Quanto ”io“ c'è nei racconti del professor Tucci: ”Io che ho fatto questo, io che ho scoperto codesto, io che ho decifrato quello“ eccetera. Per quanto sia tutto verissimo e certificato, non sembra un atteggiamento precisamente da persona aspirante a dissolversi nella suprema realtà del vuoto buddista, ma tant'è. D'altra parte il professore esigeva sempre di essere chiamato Eccellenza e ci teneva moltissimo a far sapere quanto fosse potente nella Roma fascista. I testi sono comunque affascinanti, e possiamo soltanto sperare che ne seguano presto altre raccolte e riedizioni. Perché Il paese delle donne dai molti mariti? Perché nella società tibetana vige la poliandria. Ogni donna ha non soltanto il proprio marito ma anche i fratelli di questo: le condizioni di vita sono durissime, il marito può sparire da un momento all'altro tra il ghiaccio o in un crepaccio, calpestato da uno yak, sotto una valanga o una frana, tanto vale adattarsi fin dal principio all'idea e attrezzarsi. Se n'era accorto persino il corrucciato Sven Hedin, che pur avendo eletto a propria ”fredda sposa“ l'Asia, ammette che con una certa promiscua sposina, in un certo angolo del Tibet, potrebbe anche essere successo qualcosa. Una, in diverse decine di anni di esplorazioni: che resistenza. Si può perdonargli la scappatella e auspicare soltanto che un giorno qualcuno traduca in italiano lo splendore delle sue memorie intitolate ”La mia vita da esploratore“. Mentre le compilava non era ancora stato preso dal demone del nazismo.

Hedin, Tucci, tanti altri amici di Hitler e Mussolini... Che cosa facevano tra quelle altissime vette, con i ramponi ai piedi o in groppa a uno yak? Davvero si limitavano a esplorare? C'è da dubitarne. Controllare il Tibet avrebbe significato, per le potenze tese a coalizzarsi nell'Asse, provocare un bel grattacapo per i britannici dell'India, approfittando della temporanea debolezza della Cina, sgravata dell'imperatore ma in sanguinosa guerra civile. La consuetudine di Tucci con Karl Haushofer è perlomeno inquietante, ma bisogna ammettere che il professore soprattutto studiava culture, religioni e arti dei paesi che andava letteralmente arando con i tracciati delle sue spedizioni. Infatti l'Italia uscita dal fascismo continuò giustamente a finanziare le sue ricerche. Così oggi possiamo godere dei testi raccolti in Il paese delle donne dai molti mariti, che spaziano su un arco temporale che va dai Trenta ai Cinquanta.

”Visioni“ e ”Incanti“, montagne e deserti, giungle e fiumi, divinità e demoni, buddismo e induismo, tutto si compone a formare un unicum straordinario teso anzitutto a fare da ambiente per l'uomo e il suo ”dolore dell'esistere“, che nell'immediato sembra tuttavia essere ”piacere dell'esistere“ se non addirittura ”furia dell'esistere“. Così le donne dai molti mariti e il turbinoso cromatismo delle immagini di burro, le risate senza freno e il fervere di avidi mercati dentro il tempio, dove in un angolo neanche dei più remoti o bui puoi avvistare un gruppetto di monaci ingobbiti come nibelunghi a contare e impacchettare i mucchi di banconote depositate come offerte sugli altari. Poi esci dalla cupezza rimbombante di ”Om“ e Tucci ti guida per mano tra gli edifici e le celle del monastero, e poi fuori, nel villaggio o nella città, fin dentro le case, con la loro struttura a volte impensabilmente prospera, i loro oggetti d'arte, i mobili, le masserizie. Persino nelle dimore di nobili, grandi lama e re.

Conclude il libro lo straordinario racconto di una ”kora“, il pellegrinaggio da effettuare in senso orario (se si è buddisti, al contrario se si è seguaci della precedente religione Bon del Tibet) in circa 3 giorni. Ma Tucci ce ne mette molti di più, su e giù, di monastero in monastero, attorno al Kailash (6600 metri, ”Kailasa“ lo chiama lui), la montagna più sacra dell'Asia, venerata allo stesso titolo da buddisti e induisti, per i quali è il Paradiso di Shiva. Sembra di essere lì, appena sopra le cristalline acque del lago Manosarovar, avendo negli occhi la visione degli ex voto schiaffeggiati dal vento e negli orecchi il cigolio dei mulinelli di preghiera. Applausi alle visionarie capacità evocative di Giuseppe Tucci e a chi ha avuto l'idea di riproporlo, soprattutto in questa epoca oscura in cui - nella nostra insopprimibile ansia di provincialismo - sembra che gli unici degni di attenzione quando scrivono di viaggio siano gli stranieri.

Mario Biondi - Infinite storie
Settembre 2005

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Giuseppe Tucci - Un Himalaya di conoscenze
di Lorenzo Scandroglio - Il Giornale

Chi non sa che quello ritratto in alcune foto seppiate degli anni Dieci e Venti del Novecento è Giuseppe Tucci da giovane, per un attimo potrebbe quasi pensare che si tratti di una giovane donna in abiti da viandante, questi sì maschili, con calzettoni di lana grossa, scarponi di cuoio, pantaloni arrotolati sotto il ginocchio, alla zuava, giacca pesante e bastone. L'impressione si deve a quel ciuffo di capelli neri, che si alzano di lato e ricadono sulla fronte, su un viso dai tratti delicati. L'immagine di sé che Tucci ha consegnato alla storia ce lo mostra però due-tre decenni dopo, impegnato nel guado di fiumi, solo o al fianco di portatori tibetani, guardiani di monasteri, arcieri dai tratti inconfondibilmente asiatici, con il volto che tutti, tibetologi, etnologi, esploratori, orientalisti, hanno imparato a riconoscere: le sopracciglia leggermente cadenti e gli occhi socchiusi di chi è abituato a protendere lo sguardo verso l'orizzonte.
Forse meno noto al grande pubblico del suo amico-nemico Fosco Maraini (col quale ruppe i rapporti, complice un carattere e un'indole non prive di asperità, per aver messo gli occhi sulla stessa principessa tibetana che piaceva a lui), non di meno Tucci vanta una produzione sterminata di scritti, anche in ambito pubblicistico, con articoli per riviste geografiche specializzate che, in parte, vengono ora raccolti nel libro uscito in questi giorni «Il paese delle donne dai molti mariti» (Neri Pozza, pagg. 287, euro 17,50), titolo di un articolo pubblicato ne «La Lettura» del 1936 che, in questo caso, ntitola l'intero volume. Corredato da un apparato fotografico nel quale si segnala una foto del grande Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, distrutto dai talebani, che inchioda il lettore non meno della parte testuale, il libro è una sorta di spaccato sociale, culturale, religioso, umano, delle popolazioni che vivono nell'Himalaya soprattutto tibetano. Nella sezione che lo intitola, che indubbiamente evidenzia l'abisso culturale che separa Occidente e Oriente (che poi è il bello delle differenze culturali e, conseguentemente, dell'autentico viaggiare), Tucci descrive la pratica della poliandria nelle aree rurali del Tibet occidentale, pratica che per altro è ancora in auge: «Di mariti quasi tutte ne hanno più d'uno, perché nel Tibet vige ancora il costume della poliandria. Una ragazza sposa non solo il suo fidanzato ma insieme con lui tutti quanti i suoi fratelli e, come se ciò non bastasse, può anche prendersi una specie di assistente, un marito più o meno legale che, essendo scelto per capriccio o per più valide ragioni, finisce presto per diventare la persona più autorevole di questo strano regime familiare. I figli, in mezzo a tanti padri, non sanno distinguerli che in rapporto all'età: e così essi sono gli unici al mondo ad avere un padre seniore e dei padri iuniori. Ma con tutto ciò una grande armonia regna in queste famiglie che non conoscono il tarlo della gelosia o il furore delle passioni. I mariti hanno il loro turno e si avvicendano con rassegnata sottomissione ai voleri della loro signora che di fatto gode di una grande autorità, accresciuta da quello spiccatissimo senso di economia e da quella naturale tendenza a dirigere, amministrare, comandare che è vivissima nelle donne tibetane».
Il passo offre lo spunto per una breve divagazione riguardante la tentazione, ancora presente in Occidente, di interpretare un simile spaccato sociale in senso quasi matriarcale. Ora, premesso che quella del matriarcato è comunque soltanto un'ipotesi giacché non ci sono prove di una sua esistenza nemmeno passata, la poliandria - come ha fatto più volte notare l'antropologa e tibetologa Hildegard Dienberger, docente alla University of Cambridge e profonda conoscitrice della società tibetana contemporanea - non ha niente a che vedere con essa.
Gli spunti di interesse offerti dal libro di Tucci non si esauriscono naturalmente nel capitolo dedicato alle donne dai molti mariti, anzi. Più oltre, sempre riguardo al Tibet, si legge: «in mezzo a così sconsolato paese, in contrade ove vivere è spesso sinonimo di patire, i tibetani sono fra i più sereni popoli della terra. anche gli asceti raminghi, che vanno compiendo certi loro riti notturni paurosi, in mezzo ai cimiteri, per sprofondarsi nella contemplazione della irriducibile insostanzialità di tutte quante le cose e sono coperti di ossa umane e bevono in scatole craniche e suonano trombe fatte con femori, hanno un aspetto così lieto, così beatifico, sono così pronti al sorriso, che incontrarli, nonostante i loro macabri utensili, è quasi sempre un piacere».
È evidente in tutto questo che la conoscenza diretta, e soprattutto la frequentazione, Rabindranath Tagore (Nobel della letteratura nel 1913) e dello storico delle religioni rumeno Mircea Eliade che, come lui, fu spesso in India, non sono semplicemente due dati di interesse biografico, ma ci dicono qualcosa di più dello stile e della sostanza dell'opera di Giuseppe Tucci. Per carità, non si fraintenda: la sua prosa non è affatto lirica, ma la definizione del Tibet come «Altare della terra», o certi articoli che costellano il libro, quali «L'abisso delle Madri» e «Acque cosmiche», rivelano fin da subito in modo inequivocabile che per l'orientalista maceratese la sua fu - come opportunamente evidenziava la mostra tenutasi nel 2004 a Macerata nel centesimo anniversario della nascita - innanzitutto un'esplorazione dell'anima.
Forse non c'è esplorazione vera, viaggio vero, che non siano esplorazioni e viaggi dell'anima e nell'anima, nell'anima mundi e in tutte le sue molteplici manifestazioni: gli spiriti del luogo. Ecco, Tucci fu attratto dalla sfera metafisica dei luoghi così come tanti esploratori, soprattutto anglosassoni, lo furono da quella fisica, fatta salva l'intrinseca magia e ieraticità delle montagne himalayane che fecero dire allo stesso Marco Polo di non essere riuscito a rendere che una minima parte della magie delle terre che aveva attraversato.
Giuseppe Tucci fu un autodidatta straordinariamente erudito, capace di parlare i principali idiomi asiatici e, soprattutto, di non ridurre la sua erudizione a mera conoscenza: se la conoscenza si fonda infatti su una mole di nozioni accumulate orizzontalmente, fu la sapienza, che le attraversa con la verticalità del pensiero, dell'intuizione, dell'analogia e del simbolo, a caratterizzare Tucci.


Biografia

Giuseppe Tucci
Macerata 1894 - San Paolo dei Cavalieri (Tivoli) 1984


Tucci è considerato il più grande orientalista italiano del Novecento, e fra i massimi tibetologi a livello internazionale. Fu giornalista, scrittore, archeologo, antropologo, esploratore, Accademico d'Italia, presidente onorario di numerose istituzioni di grande prestigio in tutto il mondo, vincitore del "Premio Nehru", e ha meritato ben cinque lauree honoris causa. Concittadino del gesuita e sinologo Padre Matteo Ricci, Giuseppe Tucci nasce a Macerata il 5 giugno 1894 e muore a San Polo dei Cavalieri, vicino a Tivoli, il 5 aprile 1984. Dotato di eccezionali qualità naturali e di un'ottima preparazione classica, giovanissimo conosce già una decina di lingue europee. Nel 1915 parte per la Grande Guerra, congedandosi col grado di tenente. Nel 1919 si laurea in Lettere e Filosofia.
Lavora prima come bibliotecario della Camera dei deputati, ma già tra il 1925 e il 1930 insegna italiano, cinese e tibetano presso le Università indiane di Calcutta e Shantiniketan, dove fra l'altro incontra il poeta Tagore e Gandhi. Dal 1930 diviene docente di lingua e letteratura cinese all'Università di Napoli, e dal 1932 insegna religione e filosofia dell'Estremo Oriente all'Ateneo di Roma. Nel 1933 fonda assieme a Giovanni Gentile, che ne è il primo presidente, l'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente (Is.M.E.O.), con lo scopo di "promuovere e sviluppare i rapporti culturali fra l'Italia e i paesi dell'Asia Centrale, Meridionale ed Orientale ed altresì di attendere all'esame dei problemi economici interessanti i Paesi medesimi". L'attenzione rivolta anche agli aspetti politico-economici è documentata, oltre che dalle numerose pubblicazioni dell'Istituto come i periodici Bollettino dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente (1935) e Asiatica (1936-1943), dallo specifico interesse di Tucci per la geopolitica dell'Asia in un periodo cruciale della sua storia, e dalla sua amicizia personale con Karl Haushofer, che invita a tenere importanti conferenze su questa materia.
Tucci concentra i suoi viaggi di ricerca nella vasta regione himalayana, quale naturale crocevia storico fra tutte le diverse culture dell'Asia, raccogliendo sistematicamente materiale archeologico, artistico, letterario, di documentazione storica e altro. Risultati eccezionali vengono così ottenuti dalle sue lunghe spedizioni in Tibet fra il 1929 e il 1948, anno in cui l'Is.M.E.O. riprende in pieno la sua attività postbellica sotto la sua diretta presidenza, destinata a durare fino al 1978. Tra il 1950 e il 1955 egli organizza nuove spedizioni in Nepal, seguite dalle campagne archeologiche in Pakistan ('56), in Afghanistan nel ('57) ed in Iran ('59). Sempre nel 1950 avvia il prestigioso periodico in lingua inglese East and West, e nel 1957 fonda il Museo Nazionale di Arte Orientale di Roma.
Tra i suoi numerosi ed importanti scritti ricorderemo solamente, sia i sette volumi di Indo-tibetica (Accademia d'Italia, 1932-1942) che i due di Tibetan Painted Scrolls (Libreria dello Stato, 1949) per la loro ampiezza documentaria, e la Storia della filosofia indiana (Laterza, 1957) per la sua portata innovativa, specie per quanto riguarda la logica indiana.

Consulta anche: "Gli dei di burro" recensione di Mario Biondi