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15/11/2019 23:28:17

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Maghi e viaggiatori (DVD)

Khyentse Norbu

Editeur - Casa editrice

Malcom Watson, Raymond Steiner

  Asia
Himalaya
Tibet

Anno - Date de Parution

2003

Pagine - Pages

107'

Titolo originale

Chang hup the gi tril nung - Travellers and Magicians

Lingua - language - langue

Italiano

Edizione - Collana

Bim


Maghi e viaggiatori (DVD) Maghi e viaggiatori (DVD)  


Presentato nella Sezione Controcorrente della 60° Mostra del cinema di Venezia, "Maghi e Viaggiatori" è, a mio parere, uno dei film migliori visti qui a Venezia.
Realizzato da Khyentse Norbu, il regista del Bhutan già noto per il suo film "La coppa" in cui si parlava di un gruppo di monaci buddisti appassionati di calcio, il film è un piccolo capolavoro di tecnica cinematografica.
Il regista del Buthan, già assistente di Bertolucci ne "L'ultimo Imperatore",- del quale Norbu dice essere il suo mentore - ha una dimestichezza innata nel manovrare la macchina da presa. Realizza inquadrature sempre appropriate, capaci di enfatizzare nella giusta misura, senza eccessivi virtuosismi, la storia che si racconta. Una trama semplice, in verità. Quella di un giovane funzionario statale, dislocato in uno sperduto paesino tra le montagne, che ha la possibilità di andare negli Stati Uniti dove ha trovato un lavoro. Si mette in marcia per raggiungere il più vicino centro abitato per poter prendere un aereo che lo conduca negli States. Ma il viaggio non sarà affatto semplice a causa della mancanza dei mezzi di trasporto. Saranno suoi compagni un monaco tibetano, un contadino che va a vendere le sue mele, un commerciante di carta di riso assieme alla figlia. Alla fine del lungo viaggio quasi totalmente fatto a piedi, il giovane funzionario vedrà le sue convinzioni circa l'irrinunciabile opportunità di volare nel paese dei sogni, minata da quello che imparato durante l'esperienza di quei pochi giorni.
Il film è impreziosito da una splendida fotografia che raggiunge gli apici della sua bellezza nelle sequenze fantastiche della storia che il monaco racconta ad i suoi compagni e che intermezza la narrazione principale grazie ad un montaggio molto originale e molto creativo. La favola raccontata dal monaco è un gioiello che si incastona brillantemente nella già raffinata architettura del film. Storia emblematica ed ancestrale nella sua costruzione, è anche caratterizzata da bellissimi effetti speciali che contribuiscono ulteriormente a valorizzare l'opera.
Gli interpreti sono tutti attori non professionisti: un produttore TV, il capo della commissione del mercato azionario del Bhutan, un colonnello che lavora come guardia del corpo del re, un bidello, una giovane studentessa di medicina. Tutti molto bravi e tutti ben diretti da Norbu che ha anche investito proprie risorse finanziarie nella produzione del film.
Un film da vedere. Speriamo che la distribuzione abbia l'occhio lungo e lo proponga in maniera convincente.
Daniele Sesti

Recnsione su Refleciotn

L'immagine e l'apologo religioso


In sintesi il problema sarebbe: come trattare visivamente una fiaba? Soprattutto come trattare la fiaba quando in realtà questa sia mito, parabola, apologo religioso, evangelico, zen, islamico, veterotestamentario e simili? La domanda non è affatto peregrina dopo il risultato miserello de La Passione di Cristo, Maghi e viaggiatori di Khyentse Norbu non dà una risposta, perché a sua volta fallisce l'obiettivo di dare una reale consistenza trascendente alle immagini. In quella che vorrebbe essere proprio una riflessione sulla illusorietà dell'immagine-sogno mancano astrazione e trasfigurazione. Eppure Norbu non è uno sprovveduto, conosce il cinema, soprattutto quel cinema in cui attraverso dei complessi meccanismi psichici l'immagine possa arrivare al livello dell' icona, di un'alta manifestazione spirituale oltre la verosimiglianza.
Tra i suoi autori prediletti abbiamo Ozu, Ray Tarkovskij e il Bertolucci di Piccolo Buddha. Nonostante ciò nel suo film non si ravvisa mai una qualità visiva tipica di un'arte realmente religiosa (nell'accezione buddhista del termine), manca la tensione metafisica, la stilizzazione, anzi l'uso di effetti visivi da convenzione spettacolare, soprattutto nell'aneddoto Zen narrato dentro il film, porta quasi alla trasfigurazione in chiave espressiva, al delirio onirico, all'incubo espressionistico (anche se di allucinazione si tratta, nella narrazione, ma non è questo il punto).
Dov'è l'errore che porta la metafisica a regredire in puro e semplice barocchismo? Nella struttura. La parabola Zen vera e propria, in cui il giovane apprendista mago Tashi, voglioso di fuggire nella terra dei sogni, grazie ad una pozione del fratello Karma, si perde nella foresta e finisce nella casa del vecchio cacciatore Agai e della sua bella sposa Dechi (di cui si innamora) è come foderata dalla storia del giovane Dondup, che vuole abbandonare il Bhutan per andare a lavorare negli Stati Uniti, la terra dei sogni appunto, ma durante il viaggio si invaghisce della bella Sonam e dubita della sua scelta.
Il viaggio di Dondup è un chiaro riflesso di quello di Tashi e la metafora risulta troppo esibita e scoperta per convincere, soprattutto per come è risolta dal punto di vista visivo, quindi concettuale. La leggenda, girata come un delirio allucinatorio, acquista un significato troppo netto, preciso, univoco, ben lontano dalla plurivocità di un'arte religiosa, gli effetti visivi non trasfigurano, ma sono un argomento retorico. L'eccessiva facilità con cui identifichiamo Tashi in Dondup, paradossalmente impedisce di unificare i due registri visivi che Norbu utilizza per le due storie (spoglio e quotidiano per Dondup, spettacolare per Tashi). La dimensione metanarrativa esplicita nuoce al film. I testi religiosi derivano la loro peculiare ricchezza significante dal fatto di essere soltanto narrazione, anzi forma narrante. La stilizzazione è implicita, simboli, prodigi, visioni, così come il quotidiano più umile, acquistano densità proprio in questa semplice stesura formale, niente dietro la forma, tutto dentro la forma, invece Norbu mette le note a piè di pagina, fa una lezione e il film si affloscia. Staccando troppo nettamente narrazione e metanarrazione, apologo e realtà, rinunciando a narrare soltanto e non a spiegare, Maghi e viaggiatori non arriva alla coincidentia oppositorum e tutte le coppie di opposti presenti al suo interno (amore-carriera, modernità-tradizione, immagine realistica-immagine onirica, sogno-realtà) rimangono intoccate nella loro irriducibile polarità. L'illusorietà dolorosa dei sogni non è dimostrata, ma asserita da una messa in scena, questa si, elegante. Forse il vero apologo Zen bisogna cercarlo altrove, in Kitano, Jarmusch, nello splendido Ebbro di donne e di pittura di Im Kwom Taek (uno dei film più belli e sottovalutati della scorsa stagione), dove realmente il vuoto è forma. Qui siamo all'eleganza tipologica del film da festival.
Francesco Rosetti