Chitral

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La valle di Chitral occupa circa 11.500 chilometri quadrati, si allarga di ottanta chilometri nel punto più largo e di cinquanta in quello più stretto e si allunga di 400 chilometri da sud ovest a nord est: l'altezza del fondovalle varia da mille metri a quattromila. Il confine politico con l'Afganistan costeggia il Nuristan ad ovest e il Badakshan a nord Ma Geograficamente la valle del Chitral sbocca nell'Afghanistan in quanto il fiume è un affluente del Kabul. La parte meridionale della valle presenta colline e dossi verdeggianti, coperti da foreste di sempreverdi, pini ed abeti, con campi terrazzati ed un clima simile a quello del Kashmir. Procedendo verso nord il paesaggio cambia, divenendo meno verde e più arido. In alto è spoglio, desolato ed inospitale e la temperatura non è mai calda e precipita sottozero di notte ed in inverno. Quassù l'altipiano di Panjikur si congiunge alla valle di Kashgar nel Mastuj ed oltre il Boroghil pass scorre la valle dello Yarkhund che si congiunge con il Mastuj. Sotto la valle del Mastuj si stende la valle di Kho e più ad ovest la valle del Tirich Mir che corre verso nord per circa 100 chilometri, gradualmente piegando verso est per congiungersi alla valle del Turikho poi corre verso sud congiungendosi al Kashgar Bala. La valle del Turikho che corre da sud ovest a nord est, parallela alla Yarkhund è una valle verde e ricca di alberi di cedar. Il fiume Kashgar, che si alza di ben sette metri in estate, è la linea naturale di confine fra Chitral e Yasin. Anche la valle di Kashgar è interessante ma è una «zona chiusa».

La regione è dominata dalla maestosa mole del Tirich Mir, che, con i suoi 7750 metri, è la montagna più alta dell'Hindu Kush, ed è circondata da numerosi alti picchi. Montagna mitica per gli alpinisti (anche italiani) e per le fate (le dakini). Guardiani di questi palazzi fatati sono dei giganteschi rospi, i buzgai.

Come il Baltistan, Gilgit ed Hunza anche questa regione è attraversata da una delle varianti della «via della seta» fra Dir e Gilgit verso Ferghana e Bukhara. Nel villaggio di Brenis rimangono alcune incisioni su roccia in proto-sanscrito con tracce di insediamenti del 4<198> secolo a.C..

La storia scritta inizia con le tribù Yue-chi, Hephtaliti o Unni Bianchi che invasero Kattor e Gebrek, conosciute ora come Kafiristan e Valle di Peshawar. Venne fondato il regno dei piccoli Yue-Chi e nel 5<198> secolo estesero il controllo su Balkh e Gandhara e poi su Chitral che poi cadde sotto gli Uzbechi. Il buddismo arrivò in Chitral ai tempi di Jaipal, re di Kabul e del Chitral. A metà dell'8<198> secolo vi penetrarono anche i Cinesi ed alla fine del secolo arrivarono i Musulmani. Le valli meridionali Lotkah, Chitral e Drosh non adottarono l'Islam che due secoli più tardi. Il Kafitristan, terra degli infedeli, rimase intatto fino ai giorni nostri). L'Indu Kush era controllato dai Moghul fino al 18<198> secolo. Nel 1880 la regione cadde sotto il controllo del Maharaja del Kashmir, per poi passare al controllo di un agente di un agente britannico inviato dalla NWFP. Nel 1885 su esempio di Pathan del sud la regione insorse assediando le guarnigioni britanniche ma venne riconquistata dalle truppe guidate da Robertson (come si legge ne «The reconquest of Chitral»). Lo stato di agenzia politica autonoma rimase anche dopo l'indipendenza fino al 1966, per poi divenire un distretto della Malakhand Division della NWFP nel 1970. Nel 1972 il regno del Chitral venne formalmente abolito.

 

La cittadina

La moschea Shahi. E' uno dei pochi edifici di Chitral che si possano definire antichi. Le proporzioni della moschea risaltano meglio guardandola dal lato opposto del piazzale antistante: il massiccio del Tirich Mir le fa allora da sfondo e le cupole bianche sembrano esserne un annuncio.

Il forte. Come rughe sul volto di un vecchio le numerose fessure nella facciata del forte mostrano l'età dell'edificio. I sommovimenti sismici, caratteristici della regione, procurano lesioni ai palazzi ed alle case antiche di Chitral. Il forte venne usato come residenza del Mir fino all'arrivo degli Inglesi, oggi vi è la stazione di polizia, è possibile accedere solo nel cortile interno dove sono esposti alcuni vecchi cannoni.

Bir Morlacht. E' l'antico palazzo del Mir. Un edificio massiccio costruito sul ciglio dell'altopiano da dove domina Chitral a 2700 metri d'altezza. La sua visita offe l'opportunità di una vista panoramica del Tirich e del monte Raja Kush. Il guardiano vi mostrerà alcune sale, occupate ancora con mobili «d'epoca», pelli di tigre e fotografie di vari signorotti locali in compagnia di dignitari inglesi.

Il polo. La squadra di Chitral è una delle migliori del Pakistan ed è in forte rivalità con quella di Gilgit. Partite ed allenamenti si svolono regolarmente sul terreno da gioco dietro la Mountain Inn. I più importanti tornei si tengono in primavera (marzo-aprile) ed in settembre. In agosto si svolge il tradizionale incontro fra la squadra di Chitral e quella di Gilgit. Luogo dello scontro è il passo Shandur, un largo corridoio pianeggiante lungo quasi tre chilometri e posto a 3735 metri di altitudine. Sui prati dell'alpeggio si svolge una accesissima partita, occasione per una festa eccezionale, tempo permettendo.

Il bazaar forma la via principale di Chitral. Qui si trovano tutti gli oggetti necessari alla vita quotidiana degli abitanti della vallata ed anche la solita paccottiglia destinata ai turisti. L'artigianato della lana del Chitral è famoso in Pakistan: cappelli, gilet, mantelli, coperte. In alcuni negozietti compaiono anche lapislazzuli del Badakhshan, smeraldi del Panjshir, gli inevitabili tappeti, collane e bracciali in argentone, vecchie e nuove armi da fuoco.

Fra gli eredi di Alessandro il Macedone

di Fabio Ercolani

Nelle valli degli ultimi Kalash

di Luciano Berti

L'unica vera sopravvivenza della originale religiosità dei popoli indo-europei potrebbe essere questa, rappresentata da poche centinaia di fedeli, miseri pastori e contadini sperduti fra le vette del Paropàmiso<R><R>Fosco Maraini: «Paropàmiso»

Giungiamo a Ronbur nel primo pomeriggio. Subito il capogruppo ed io, con l'aiuto del manager del Kalash Hilton Hotel che svolge la funzione di interprete, andiamo a conferire  con il capo della polizia di confine, mr. Abdul Askur. Mostriamo il permesso rilasciato dal Deputy Chief Commissioner di Chitral. Dapprima mr. Askur sostiene che è vietato salire in montagna perché ci sono i mujaidin e che ha disposizioni in tal senso. C'è una fascia  di dieci chilometri vietata ai turisti, ma guardando le carte non sembrerebbe che il nostro percorso la attraversi. Sorge un'altra difficoltà: la strada è interrotta. In effetti  un sentierino che risale la valle è interrotto poco dopo il villaggio ma è quello che conduce a Baram Chasma e non a Bumburet. Alla fine gli uomini presenti alla discussione comprendono che li assumeremo come portatori e tutto si risolve.

Posso così raggiungere il gruppo che è salito ad un luogo di culto, il tempio maschile di Mahandeo, che sovrasta il villaggio: un altare, una serie di assi scolpite e tre maschere sovrastano un piccolo fuoco. E' un altare fatto di pietre incassate, irto di rami secchi di agrifoglio, macchiati dai precedenti sacrifici. Due piccole teste di cavallo confermano il carattere sacro del luogo, delimitato da una fila di pali sopra i quali sono scolpiti degli svolazzi, delle spirali, dei disegni dal tema apparentemente solare ma il cui significato si è cancellato dalle memorie. Il luogo è interdetto per le donne. L'impurità che la mestruazione rende inerente alla condizione femminile proibisce l'accesso ai santuari ed a tutto ciò che è in rapporto con il culto. E' per la medesima ragione che, fin dalla loro pubertà, le donne trascorrono cinque giorni al mese, e ventun giorni dopo ogni parto, nella ashali (o bashali), una casa dove esse vivono isolate ed intoccabili.

Ed è il manager dell'hotel che ancora una volta ci viene in aiuto. Egli ha lavorato a lungo con gli antropologi francesi che han vissuto in queste valli. Il suo racconto è affascinante e ricco di suggestione. Sa cosa raccontare e cosa gli stranieri vogliono  che sia loro raccontato.

Il fuoco di un lume a petrolio illumina il suo volto mentre in lontananza il canto delle donne, raccolte in una casa crea echi e suggestioni. E' una storia di riti e di leggende:

«Verso la fine d'autunno, gli anziani osservano ogni giorno il tramontare del sole sulla montagna, l'ultima parte che illumina con la sua luce prima di scomparire. La sera in cui i raggi dell'astro raggiungono un albero di riferimento, sua casa d'inverno, là in alto sulla collina, preavvisano noi, abitanti della valle di Rumbur, che s'avvicina la festa. Tutti i Kalash cominciano allora a fare il conteggio delle giornate. Ciascuna porta un nome, legato ai riti purificatori da effettuare prima della venuta del dio Balumain, che arriva nella notte più lunga e riparte quando il giorno cresce di nuovo e il chiaro ha il sopravvento sull'oscurità».

Mentre il nostro anfitrione racconta e ci fa sognare questo solstizio d'inverno, il mio pensiero si perde in considerazioni e fantasie. Penso che senza questo lungo scenario rituale che si snoda durante quasi tutto il mese di dicembre, la tradizione, la cultura Kalash non avrebbero potuto resistere, dopo dieci secoli, al fronte dell'Islam. Kalash significa «uomo». Ma i mussulmani chiamano i Kalash «Kafir», cioè pagani, infedeli. Per loro, non sono che una piccola comunità di idolatri, che innalzano statue ai loro morti, bevono vino, cantano e danzano, uomini e donne, al suono dei tamburi, in occasione dei funerali o per celebrare il passaggio delle stagioni, tutte cose che i credenti respingono. Infatti tutta la regione dell'Hindu Kush, questo groviglio di sommità scoscese e di valli strette che attraversa la frontiera afghano-pakistana, era un tempo popolata da tribù refrattarie all'Islam e che praticavano, come i Kalash, una religione politeista. In quei tempi si chiamava Kafiristan (terra dei pagani). Dopo la conversione forzata dei suoi abitanti, il paese è stato ribattezzato Nuristan (terra delle luci dell'Islam). Solo alcuni Kalash rifuggiatisi nelle tre strette valli, dalla parte pakistana, sono rimasti attaccati alle antiche tradizioni, venute, si suppone, con gli Indo-Europei, arrivati in queste contrade più di tremila anni fà. E' là, in effetti, principalmente sulle colline di ciò che oggi è l'Afghanistan orientale, che questi lontani antenati scelsero di stabilirsi.

I capelli, sovente biondi, dei bambini, i loro occhi chiari, provano che la mescolanza etnica era, presso i Kalash, molto debole. Si trattava d'uno straordinario caso di preservazione che il solo isolamento geografico non era più sufficiente a spiegare. L'identità kalash è minacciata dal fanatismo dei mollah. L'arrivo nella regione di rifugiati afghani, integralisti convinti, accentua la pressione religiosa su questo piccolo gruppo di paganesimo in terra islamica. Non è lontano il momento in cui trionferà una cultura risultante dall'irruzione nel loro mondo di nozioni e costumi moderni, della rupia pakistana, dei beni di consumo, del turismo nascente.

Pochi stranieri hanno assistito ai sacrifici d'autunno, destinati a ringraziare gli dei per il buon ritorno delle mandrie dopo i mesi di transumanza, e per l'abbondanza del raccolto, ben riposto alla vigilia dell'inverno. Per questo la testimonianza del nostro anfitrione è interessantissima per noi tapini che possiamo usufruire di ferie solo in agosto.

 Le preghiere e le offerte effettuate in questa occasione segnano la fine dell'anno vecchio. Queste cerimonie l'allontanano in qualche maniera, con tutte le sue impurità e facilitano con le stesse la venuta, al momento del solstizio d'inverno, di colui che spande la fertilità e l'abbondanza sotto gli zoccoli del suo cavallo, il dio Balumain.

«Noi Kalash crediamo anche in un dio creatore, Khodai, dio del cielo, che si può raggiungere solo attraverso la mediazione degli dei messaggeri. Solo essi sono oggetto di culto, di offerte e di sacrifici, perchè le loro preoccupazioni, i loro compiti li avvicinano alle nostre cure quotidiane di agricoltori e di allevatori, coscente che la sua sopravvivenza dipende dalle buone relazioni con le forze della natura. Gli dei si esprimono, all'occasione con la voce del déhar, un uomo dotato del potere d'interpretare, in trance, la loro parola e la loro volontà. Le rivelazioni dei déhar nel corso dei sacrifici, hanno indirizzato la storia del mio popolo. Esse hanno forgiato, consolidato, definito il diritto della consuetudine. E' il più celebre fra loro, Naga Dehar, che incontrò un giorno Balumain sul suo cavallo (animale divenuto, poi, simbolo della divinità), è a lui che il dio dettò i suoi desideri per l'organizzazione della sua venuta annuale. «Il dio ama la luce» disse e così il giorno delle prime offerte, agli inizi di dicembre, grandi bracieri vengono accesi, calata la notte, sulle aie dove si danza. E da ogni granaio escono riserve di frutta, more bianche seccate, giuggiole, noci, che si mettono in comune. Subito la festa si avvia nella prodigalità per scongiurare l'angoscia dell'inutile dell'inverno. E' un modo di annunciare che si ha confidenza con gli dei affinchè favoriscano la resurrezione della natura. Gli uomini danzano, lanciando enormi scoppi di risa, dondolandosi imitando i movimenti d'un cavaliere, in onore del dio e della sua cavalcatura».

Una sorta di psicodramma liberatorio, direbbe uno specialista di cultura occidentale, destinato ad eliminare ogni anno le inevitabili impurità secrete da un gruppo umano molto ridotto e che vive nella promiscuità. Avviene sempre che, per due settimane, uomini e donne inveiscano fra di loro, si beffeggino con forza e con gesti, simulazioni e danze senza equivoco. «In sette giorni arriva il tempo dell'astinenza amorosa - cantano le donne - Il mio sesso sarà incollato al cavallo. Oh fratello mio, bisogna sbrigarsi a ricongiungersi.»

L'indomani, é fra le giovinette e le adolescenti, delle due parti della vallata, quella a monte e quella a valle, il far finta di bisticciare cantando e danzando. Le une sulla riva sinistra, le altre sulla riva destra del torrente, dal levare del sole fino al tramonto, si disputano sopra le acque la gloria della beffa più pesante, dell'allusione più malevole o più ricca di sottintesi. Ed il giorno dopo le ragazze faranno bollire fagioli per tutti negli immensi paioli. Anche ciò fa parte dei rituali: la simulazione dell'ostilità deve essere compensata dalla generosità, al fine di stabilire un equilibrio nei loro rapporti.

Un'altro rito importante è quello del banchetto degli antenati, altrimenti detto, le «offerte agli spiriti dei morti». Ognuno porta quello che ha di più delicato; quello che gli è più caro da donare: le pere condite, le migliori more, le uve, i rari melograni, le zucche così apprezzate, l'indispensabile formaggio saporito. Tutto è deposto in una gerla davanti alla casa delle cerimonie. Una volta ottenuto il loro accordo tutto cade in uno stato di letargo. Le anime dei morti sono ripartite.

 Infine arriva il giorno grande pulizia. I vestiti sono lavati. La più piccola macchia viene cancellata. Le stesse case sono integralmente sgomberate, spruzzate dal suolo al soffitto, innaffiate e purificate con il fuoco di ginepro. Questo rito precede il ditch, periodo d'astinenza sessuale. Al suo avvicinarsi le immaginazioni si infiammano.

Le donne e gli adolescenti sono i primi ad adempiere il loro rito di purificazione. Per accogliere il dio, i pastori hanno scelto i loro più bei caproni e ornate le corna di fronde di ginepro. Li conducono in corteo verso l'alto della valle, al santuario più sacro. Gli uomini del villaggio prendono posto davanti all'altare massiccio (proprio quello visitato da noi al tramonto).Alcuni maestri di cerimonia, scelti per la loro conoscenza della tradizione, vestiti con lunghe vesti dai motivi dorati, salmodiano il canto di Balumain, le cui parole non devono essere pronunciate per tutto il resto dell'anno. Le donne da larghi scialli di lana superbamente ricamati, con piume di pavone trapuntate sulla loro cuffia, aspettano l'uscita dell'ultimo uomo dal villaggio. Resteranno là tutta la mattina, a danzare, ad evocare con i loro movimenti l'atto sessuale senza avvicinarsi all'altare che è tabù.

Molti bambini avendo raggiunto i sette anni, durante l'anno, vengono iniziati, vale a dire promossi dallo stato di fanciullo a quello di pastore. Ciò li autorizza a vestirsi come gli adulti: larghi pantaloni di lana, fasce alle gambe, camicia bianca sulla quale si staccano due file di perle incrociate come delle cartucciere e, soprattutto, il turbante bianco. Quest'ultimo, simbolo di passaggio, rende materiale la loro entrata nel mondo degli adulti. Lo ritroveranno all'ultimo viaggio, sul loro letto di morte.

«Essere pastore, vale a dire, capo delle capre, è ben prezioso per tutti, è lo scopo, la fierezza, il piacere di ogni Kalash di sesso maschile <197>continua il nostro ospite mentre la notte avanza ed il plenilunio innonda la valle<197> I suoi migliori momenti li passa d'estate sui pascoli, nella solitudine degli alti colli, a mungere le sue capre, a preparare il formaggio. O l'inverno a guidare tutti i giorni la mandria verso i vicini pendii malgrado il freddo e la neve. Questo universo virile esclude l'artigianato, considerato come impuro, e non si occupa, se non con reticenza, dell'agricoltura, lasciata alle donne. L'uomo è sempre stato guerriero, cacciatore o allevatore. Ma, ai nostri giorni non ci sono più lotte. I Pakistani preferiscono utilizzare altri mezzi, come il ricatto invece che la conversione, la paura delle malattie, i debiti, per spezzare la resistenza di questi pagani intransigenti. La caccia è stata proibita. I mufloni, i leopardi delle nevi, gli orsi e le pernici sono del resto in via d'estinzione. Non resta dunque che l'allevamento delle capre e dei caproni. Il numero delle bestie di ciascuna mandria determina la fortuna del suo proprietario, la cui generosità la si vede manifestare nell'organizzare i funerali, nel restaurare un santuario, o ancora nel dare delle feste il cui splendore, divulgato ulteriormente dalla tradizione orale, rinforzerà il suo prestigio. Il bestiame è altresì il principale valore di scambio per tutto ciò che è materiale con i fornitori mussulmani: fabbri, falegnami e mercanti».

E così scopriamo che questi pastori ogni tanto fanno grandi scorpacciate di carne. All'indomani dell'ecatombe propiziatoria i fedeli ritornano al santuario per lanciare sull'altare altrettante fronde di salice che hanno gli uomini nella vallata. E' un modo di dire al dio Balumain, prima della sua dipartita, la sera, che tutti, senza eccezzione, gli sono devoti. Mentre la giornata trascorre, la frenesia della gioventù si accresce. La revoca dell'interdizione sessuale è prevista per il giorno in cui la carne sarà esaurita, quando non resterà altro che far cuocere le teste e i piedi degli animali.

Il tempo del chaumo (chowmas) al solstizio d'inverno pone fine alla notte del Corvo bianco, l'uccello incaricato dagli dei di portare al cielo i desideri della comunità. Aspettando che questi voti siano esauditi i Kalash si preparano a trascorrere l'inverno fino alla prossima grande festa, il jyoshi, in primavera.

I Kalash detestano la cattiva stagione, il freddo e soprattutto la neve che ricopre il loro paese a causa, essi credono, della balordaggine di una donna. La prima volta che nevicò sul mondo, dice in effetti la leggenda non era vera neve che cadde dal cielo, ma formaggio bianco. Ciascuno approfittò di questa manna pensando che si trattasse pressapoco di un dono miracoloso ed unico. Pertanto l'anno seguente, cadde ancora del formaggio fresco. Ma una donna che cercava qualche cosa di adatto per asciugare il proprio bambino, prese uno strato di formaggio e se ne servì per il suo bisogno. Offuscati da tanta disinvoltura, gli Dei trasformarono il formaggio in neve. Da allora, ogni anno, con essa vengono il freddo e l'intemperia.

Siamo rimasti in pochi ad ascoltare l'interminabile lezione di antropologia, è quasi l'alba quando, sciolta la compagnia, raggiungo il mio sacco lenzuolo e mi addormento sulla veranda.

Nella valle di Acholgah

di Andrea Perino

Rombur (m. 1800) - Acholgah (m. 2000) 5 h. disl. +450 -250

 Sono le bambine più grandicelle che risvegliano il villaggioe noi con le loro risa, con i loro frizzi si sforzano di imparare l'arte di fissare la larga cintura, il segreto delle pieghe, il modo di far gonfiare la veste sul petto. Si rifanno pazientemente le cinque treccie imposte dalla mod, infatti una donna kalash non mostra mai i capelli in disordine, salvo se un lutto l'affligge. Non si separa mai da una delle due cuffie di cauri, queste conchiglie dei mari lontani che chiamano la fecondità su di lei. Nessuna può perciò uscire a capo scoperto senza la sua shushut, semplice girotesta prolungato sulla schiena con una lunga striscia ornata di perle rosse, bottoni e cauri, o con la propria kupa, la pesante cuffia riccamente decorata ugualmente con conchiglie.

Dopo colazione arrivano i portatori: la carovana si forma rapidamente e, visitato il cimitero di Rombur (mandao-jao, il luogo dalle molte bare) , rapidamente partiamo.

Scendiamo lungo la strada jeeppabile, ripercorrendo la valle del fiume Rombur per circa un'ora e mezza, lasciando alle spalle i villaggi di Balanguru e di Kalashgram. Questo tratto di circa quattro miglia non è in forte pendenza. Sulla nostra destra (che è anche quella orografica) sono numerosi i pascoli ed i campi coltivati. Sorpassato il pendio sopra il quale si trova il cimitero, si incontrano case sparse: non sono abitazioni di Kalash, solo quale e là ogni tanto si incontra ancora qualche nucleo di case abitate dagli «infedeli» facilmente individuabili poiché donne in costume lavorano nei pressi.

Giungiamo così alla confluenza fra il Rombur e la Acholgah Gol (Gol in Kowari significa torrente o valle). Poco sopra la confluenza risiede una famiglia kalash, con la piccola casa a fortino, sovrastata da un altissimo noce il quale, sorpresa, è avviluppato da una vite ed è uno strano spettacolo scorgere i pampini spuntare la fronde a quindici metri da terra (1.30 h.)

Se la valle di Rombur offre un'imboccatura arida e stretta che non fa presagire i campi verdi che racchiude più a monte, anche questa valletta laterale si presenta come una gola scavata da un torrente che attraversiamo su un ponte formato da due soli tronchi. Più avanti ci riportiamo sulla sinistra orografica ed proseguendo sul sentiero in costa in sali e scendi lungo la riva, talvolta camminando sul greto per poi portarci ben in alto, oltre la ripida scarpata.

Scorgiamo uomini intenti a trasportare a valle decine di tronchi che galleggiano nel torrente. I tronchi si spostano di alcuni metri per poi incastrarsi fra i massi, allora essi intervengono e li spingono di nuovo nella corrente. Poco oltre giungiamo ad una malga (1h. 2.30h). Sull'aia un ragazzino pungola quattro buoi che procedono affiancati disegnando uno stretto cerchio. Sotto gli zoccoli il raccolto si sgrana. Presso la porta della malga un anziano prepara il tea: poca acqua nerissima bolle in un pentolino assieme ad una manciata di tea nero. L'operazione va avanti per una decina di minuti e quello che ci offre è un tea carico e fortissimo.

Scendiamo ancora verso il torrente. La sponda opposta si presenta come un pendio scosceso in parte roccioso, alto un centinaio di metri, dove scorgiamo un uomo intento a scavare una cengia artificiale sulla quale poi scorrerà un acquedotto. Impugna un lungo bastone, forse è una sbarra di ferro, con il quale, smuove le rocce che precipitano nel torrente in una nuvola di polvere. E' l'esempio di come le genti del Karakorum conducano una lotta infinita con la montagna per strappare un po' d'acqua e cercare di rendere fertile ogni fazzoletto di terra coltivabile.

Si scende quindi definitivamente nell'alveo del torrrente lo guadiamo ed è un'ottima occasione per una sosta ed un bagno ristoratore ma i portatori vogliono proseguire. Non ci intendiamo: loro indicano il sole e poi mimano la pioggia. Hanno fretta. Un'altra sosta presso un piccolissimo nucleo di case. É un altro insediamento kalash: alcuni uomini si presentano armati. Dicono di essere della polizia di confine, il che è possibile perché l'Afghanistan è vicino e, stando alle carte, la testata della valle è nella fascia di dieci chilometri vietata agli stranieri. Proseguendo incontriamo due ponticelli e arriviamo nel villaggio kafiro più alto della valle. Sono sette case sparse qua e là dove la valle si fa più dolce e due vallette laterali portano a Rombur ed a Bumburet (2.30-5 h.). Lungo il percorso non v'è problema d'acqua, l'unico problema è la toponomastica perché ogni sito è chiamato Acholgah.

Ci accampiamo sul tetto di una casa, attorno ogni spazio è coltivato. Sulla sponda del torrente si trova un mulino orizzontalea cielo aperto e quindi facilmente fotografabile La sera scorre tranquilla, con i portatori che preparano la loro carne ed i chapati,. con i ragazzini del villaggio che vengono a mostrare le loro fionde ad arco e noi che cuciniamo i nostri cibi occidentali. Dormiamo in parte in tenda, in parte sotto le stelle. Siamo  a nanna alle 19.30 ed alle 21 una sorpresa per tutti. A dire il vero avevo notato due luci sulla collina ed i portatori erano agitati, andavano dalla nostra casupola ad un'altra lontano un centinaio di metri. avevo pensato a qualche straniero, poiché i locali non usano la pila sui sentieri che conoscono bene al chiaror delle stelle. Ed ecco arrivare Marco ed Umberto. Provengono da Birir, han lasciato il loro gruppo a Bumburet e sono venuti qui con altre quattro ore di cammino

 

Case di Acholgal (m. 2000) - Buomgram (m. 1950) +750, -800

Dalle case si ritorna verso est aggirando un largo costone fra alti tronchi in parte scortecciati e dopo duecento metri si prende la valle che punta a sud. Camminando fra gli alberi si può notare che le cavità naturali dei tronchi sono state cementate con malta lasciando solo un piccolo orifizio: è un semplice e primitivo alveare artificiale. Alzandosi in quota si intravede il valico a quota 2750 metri. La valle sale con inclinazione costante, ha un aspetto alpino con alti abeti ed il terreno è ricoperto da aghi di pino. Arrivando al passo (2 h.) si incrocia una mulattiera più ampia: la si può seguire in discesa oppure abbreviare per una ripida scorciatoia che in un paio d'ore conduce a Batrik. (2h - 4h). Sono una decina di case di Kalash poste in un'ottima posizione, la valletta infatti è ricca d'acqua ed esposta a meridione. In breve si arriva a Burungram (m. 1950) che è il maggiore degli insediamenti della valle di Bumburet.

Verso lo Shandur pass

di Luciano Berti

<MI>«La pista che collega Chitral a Gilgit si può definire strada solo per alcuni dei suoi 400 chilometri di sviluppo. La quasi totalità del percorso è affrontabile solo con le fuoristrada, autobus e normali automobili non riescono a passare fra queste impervie gole».<D>

Le frasi della relazione ci avevano resi perplessi sulla possibilità di effettuare questo raid, evitando di percorrere di nuovo la strada che unisce lo Swat a Chitral. E le testimonianze di chi incontravamo erano sempre negative, sembrava quasi impossibile percorrere tutta la strada senza rimaner bloccati o dover tornare indietro. Ma alla fine tutti eravamo decisi a tentare l'avventura. I più dubbiosi si erano convinti che «ogni autista ama la propria jeep più della propria vita». E così, uniti i due gruppi Hindukush Karakorum "83 (ccgg. Marco Vasta e M. Chiara Starace), reduci da alcune camminate fra i Kalash, siamo partiti verso Gilgit, dove sono in programma le camminate nelle valli di Naltar e Diantar.

La nostra colonna di jeep è composta da due Toyota, due Jeep, una Willis ed una cargojeep (pickh-up) Suzuki addetta al trasporto bagagli. Si lascia Chitral alle prime ore della mattinata superando il ponte settentrionale, nei pressi dell'aereoporto, e portandosi sulla sinistra orografica del Mastuj che viene risalito nella prima parte del percorso. I chilometri iniziali non sono interessanti, la strada è abbastanza larga e l'incrocio con altri veicoli non costituisce un problema. Attraversiamo Maroi e sostiamo a Reshun per un primo te. Gli autisti iniziano il primo di una lunga serie di spinelli, mentre i ragazzini  con funzione di aiuto autista portano le jeeps all'ultimo distributore. Olio e benzina: come in tutto il mondo il pienolo effettuano solo quando sono sicuri che i passeggeri hanno l'intenzione di partiere e la possibilità di pagare. Raggiungiamo Buni (da non confondere con Bunj in Hunza), situato su un ampio pianoro il cui verde contrasta con l'aridità dei picchi circostanti. Questo paesaggio desertico fra gole e dirupi, con verdi oasi sparse di tanto in tanto sui coni di deiezione degli affluenti, accompagna il viaggiatore per una buona metà del percorso.

Ma c'è poco tempo per guardarsi attorno e rallegrarsi del verde degli ombrosi frutteti: la strada si inerpica rapidamente in una serie impressionanate di tornanti che segmentano a zig-zag l'inclinato pendio sabbioso. Gli autisti affrontano la salita con il motore tirato al massimo su di giri, mentre le ruote schizzano polvere e sassi. Corriamo ad un piede dal precipizi, qualcuno siede zitto e pallido, aggrappato a qualsiasi sostegno che dia una parvenza di sicurzza. Altri chiacchierano cercando di essere disinvolti, ma l'occhio corre sempre verso il basso. I mangianastri ululano a tutto volume. Un ultimo colpo di acceleratore nell'affrontare la curva e poi la fuoristrada si ferma con il paraurti anteriore contro il muro di sostegno del prossimo tornante. Mentre l'autista gioca sui freni, l'aiuto che viaggia perennemente in piedi sul paraurti posteriore, è saltato a terra, raccatta una pietra e la infila sotto una ruota posteriore mentre la jeep indietreggia. Bloccata la ruota si possono mollare i freni, inserire la ridotta, sterzare e ripartire. Ma questa operazione è più veloce di ogni descrizione ed ecco la fuoristrada già impennata sulla salita successiva, mentre la jeep successiva entra nella curva e si ripete l'operazione. La colonna procede senza sosta, i mezzi viaggiano distanziati con un margine che permette di manovrare senza ostacolare il mezzo successivo che arriva rombando ad ogni curva in pieno slancio, sicuro di trovare spazio per manovrare. E si va nella polvere, trattenendo il respiro quando si indietreggia fin quasi sul ciglio per sterzare, scrutando in alto, chiedendosi cosa accadrebbe se in alto apparisse improvviso il polverone alzato da un mezzo in discesa.

Qualcuno suggerisce di indietreggiare di alcuni chilometri, altri propongono prove di forza evocando risse e jeep che precipitano per centinania di metri dritte nei gorghi del Mastuj... (credo che se qualche dio ci avesse ascoltatoin quei momenti avrebbe raccolto un'ampia messe di preghiere silenti...).

La strada ora non sale più a zig-zag, ma taglia decisa il fianco della montagna, correndo ora su spuntoni di roccia, ora su tratti sabbiosi, tagliando enormi slavine, ancor più che sulla KKH è qui testimoniato l'impegno che civili e militari prodigano per tenere aperta una strada tesa come un cordone ombellicale fra i paesi di queste valli. una pioggia improvvisa, un cedimento del terreno, possono bloccare i mezzi per giorni, come capiterà nella settimana successiva ad un gruppo di Francesi meno fortunati di noi.

Fortunatamente questo gigantesco muro di roccia, sabbia e macigni in precario equilibrio, è più stabile di quanto possa far temere e gli smottamenti del terreno sono localizzati solo in alcuni punti noti agli autisti locali che li affrontano con incredibile perizia di guida. Ed il muro ha retto anche noi  ed eccoci a tirare il fiato aShanewal. il tempo si è rannuvolato e non si scorge il Tirich. Fra queste impervie gole, nel 1895, furono intrappolate le truppe inviate da Gilgit in soccorso del contingente militare britannico asserragliato in Chitral. Come diavolo avranno fatto?

Ora la strada scende leggermente e si guadano un paio di affluenti che scendono spumeggianti dai ghiacciai, alcuni sono visibili anche dal percorso, sono molto vicini e par di sentire il loro fiato gelido scendere dalle seraccate sospese. L'acqua di questi torrenti, fredda e chiara, si tuffa, si mescola con il fiume Mastuj color caffelatte mentre sulla sponda opposta enormi slavine di sabbia alzano un polverone che copre la visuale delle gole da cui siamo appena usciti. Quando guadiamo i torrenti, sostiamo  ad aspettare che tutti i mezzi della colonna siano passati. Spesso il percorso di una jeep non è esattamente sulla linea di quella che la precede ed allora si cercano pietre per formare un altro passaggio o per bloccare le ruorte che scivolano lateralmente mentre la jeep si inclina nell'acqua rapida e gelata».

La parte più pericolosa del tragitto è ormai, per oggi, alle nostre spalle. Ci complimentiamo con tutti gli autisti mentre Mr. Saif, il loro capo, racconta con orgoglio che nessuna altra pista è difficile come questa, neppure la vecchia pista del Babusar Pass o quella che conduceva a Skardu. . Chiara lo conferma ed inizia per l'ennesima volta a raccontare l'attraversamento del deserto di Atacama al seguito del grande capo..

Ci fermiamo in vista di Mastuj che sorge sulla piana alluvionale formata dalla confluenza dei fiumi Laspur (su alcune carte Matuj) e Yarkhum. Dapprima sostiamo presso la recinzione di una fattoria. Aldilà dell' alto muro  scorgiamo un invitante giardino. Gli autisti vogliono campeggiare in questo frutteto. Il posto è carino ma manca l'acqua, quindi riprendiamo l'andatura evalichiamo il Laspur su un ennesimo ponte. Tutti a terra, passa la jeep mentre noi l'attraversiamo a piedi, e poi via! Il paesaggio è mutato, la gola si fa stretta, dobbiamo valicare un affluente ed il passaggioè impegnativo. Sulla parte opposta della valle, verso occidente, ammiiramo le gole che scendono ripide dai giacciai sospesi, tagliando il pendio di sabbia e macigni, la pista corre in alto e sotto di noisi notano benissimo i coni alluvionali che si allargano fino al taglio netto che il Laspur provoca con l'erosione. Arriviamo al villaggio di Harcin, sostiamo davanti all'ufficio postale, arriva il poliziotto del paese e, interprete Mr. Saif, chiediamo un posto per accamparci. Il permesso rilasciatoci dal deputy Chief Commissioner vale fino al vicino Shandur Pass, confine della N.W.F.P. con il distrtetto di Hunza che è zona contesa con l'India perché fu del maraja del Kashmir.

Ispezioniamo alcuni terreni ma sono tutti irrigati, l'acqua scorre sul prato che l'assorbe come una spugna: ovunque arriva il deserto diventa pascolo. Il portico della scuola è solido ed asciutto ma preferiamo accamparci sul campo da polo, non allagato e sistuato vicino ad una sorgente.

Le jeep raggiungono un boschetto e da qui, a piedi, trasferiamo armi e bagagli sul polo-ground. Abituati ai nostri campi di calcio ci divertiamo ad indovinare come si potrebbe giocare su un campo in pendenza, tutto gobbe e soprattutto con le porte ad angolo retto fra loro! Le tende spuntano come funghi colorati e la cucina è posta rapidamente in funzione. Mangiamo in cerchio, lavati e puliti dalla polvere, con le tute grige, rosse, gialle ed azzurre, mentre un nugolo di bimbi e ragazzini ci circondano meravigliati dagli attrezzi che usiamo: pile piatte, fornellini a gas, secchi pieghevoli. Gli adulti si fingono distaccati ma non riescono a nascondere la curiosità (tralascio le solite considerazioni sul divario di ricchezza ecc.) La sera scende ed un nugolo di ragazzini corrono dal nostro cerchio a quello del gruppo di Chiara mentre Nicola (sempre affamato) si aggira  gustando la cucina di entrambi i gruppi. Abbiamo percorso solo 130 chilometri in tutta la giornata, siamo stanchi e finalmente possiamo usare i materassini espansi come giaciglio anziché come assorbi urti legati ai bordi ed ai sedili delle jeep.

Da Chitral a Gilgit

La pista che collega Chitral a Gilgit si può definire strada solo per alcuni dei suoi 400 chilometri di sviluppo. La quasi totalità del percorso è affrontabile solo con le fuoristrada, autobus e normali automobili non riescono a passare fra queste impervie gole.

Si passa rapidamente Maroi raggiungendo Reshun dove c'è la possibilità di un rifornimento di benzina e di olio. Proseguendo per Buni il paesaggio è desertico fra gole e dirupi, con verdi oasi sparse. Occorre una incredibile perizia di guida per affrontare questo tratto espostissimo e pericoloso.

La strada raggiunge Shanewal e, portandosi in lato, è possibile ammirare nuovamente il Tirich. Ancora qualche decina di chilometri e, fortunatamente, la parte pericolosa del tragitto è ormai alle spalle e si giunge in vista di Mastuj (m. 2400) che sorge sulla piana alluvionale formata dalla confluenza dei fiumi Laspur (su alcune carte Matuj) e Yarkhum. Dapprima si incontra una grande area recintata da un alto muro aldilà del quale si scorge un invitante giardino. Può essere un posto per campeggiare. Proseguendo e valicato un ponte pensile si entra nel villaggio, un piccolo mercato, un paio di tea-shop usati anche come charpoy. C'è anche un Tourist Cottage con alcune stanze che offre anche la possibilità di campeggiare. Ai piedi della montagna, non molto distante dal villaggio, sorge il palazzo fortificato dove si è ritirato il mir della zona. C'è una minuscola rest-house, in verità cadente. Chiedendo al custode si può avere in visione e firmare il libro degli ospiti (guest-book) che risale agli anni "30. E' in questa fortezza che nella primavera del 1985 gli ufficiali inglesi Moberly e Bretherton resistettero fino all'arrivo dei soccorsi da Gilgit. Dal villaggio di Mastuj partono i sentieri che permettono camminate e trekking attraverso i passi di Darkot, Thui Ann e Chumarkhan raggiungendo Yasin, Laspur e Chitral.

Si riprende la corsa sulla riva destra del Laspur, abbandonando il pianoro irrigato da numerosi canali ed in circa un'ora si arriva a al villaggio di Harcin distante sedici chilometri. E' un piccolo insediamento, con un'atmosfera simpatica e pulita, alcuni edifici governativi, ed un paio di tea-shop. C'è un servizio di cargo jeep da Mastuj. Poi il paesaggio cambia, la gola si restringe occorre valicare un affluente ed il passaggio può rivelarsi impegnativo dopo le piogge. Sulla parte opposta della valle, verso occidente, si ammirano gole che scendono ripide dai giacciai sospesi, tagliando il pendio di sabbia e macigni; la pista corre in alto e sotto di essa, sul fondovalle, si notano benissimo i coni alluvionali che si allargano fino al taglio netto che il Laspur provoca con l'erosione.

Altri undici chilometri e si giunge a Laspur è ad un'altezza di 2600 metri, non ha strutture ricettive ed è difficile trovare viveri, sembrerbbe quasi che non esista neppure un negozietto. Si può campegggiare nei pressi del campo da polo oppure nel cortile della scuola. Da Laspur partono sentieri per Mastuj, Madaghlast, Teru e Kalam. Se non si ha un mezzo proprio è difficile trovare passaggi verso Gilgit.

La strada procede ancora verso sud in un terreno arido e roccioso per poi cambiare ancora direzione, procede verso est ed inizia ad arrampicarsi in tornanti senza fine verso la piana del passo di Shandur raggiunto dopo 16 chilometri. Il valico collega due bacini idrografici differenti e si presenta come un'ampia piana erbosa che racchiude due bacini, uno grande ed uno più piccolo. Dalla piana lo sguardo spazia lontano verso le montagne ad ovest ed ad est. In estate si incontrano pastori e qualche viandante che si dirige dall'una all'altra vallata. Alla estremità occidentale della piana la strada si trova chiusa fra pendii di granito, la valle si restringe ed inizia una rapida discesa per raggiungere un torrente che viene seguito per parecchi chilometri. L'ambiente della vallata è differente, più verde e ricco di acqua, sembra essere anche più umido e nuvoloso dell'altro versante.

Dopo sei chilometri si raggiunge il primo insediamento, poche casupole in una vallata verdeggiante e cosparsa di fiori in un ambiente forse fra i più belli del percorso, con montagne incappucciate che chiudono i pendii prima a prato e poi rocciosi con colori che sembrano ora verdiazzurri come la serpentina, ora marron scuro come le rocce. Ancora 24 chilometri e si è a Teru (Terro, 3100 metri ed una temperatura mite nel periodo estivo). Vi sono alcuni negozietti che vendono i generi più disparati, una rest-house offre la possibilità di pernottare. In alto, sul fianco della montagna verso nord ovest vi è una scuola elementare patrocinata dall'Aga Khan nella quale è talvolta possibile dormire, l'insegnante spesso consente di sistemare le tende nel terreno circostante. Da Teru in poi si ha nuovamente la possibilità di trovare passaggi sulle cargo jeep che scendono a Gilgit. Il villaggio successivo è Ghizer, dal quale parte un sentiero che raggiunge Kalam, nella valle dello Swat.

Phander dista 32 chilometri da Teru e una quarantina da Gupis che è il centro successivo. Sulla collina che domina il lago c'è una rest-house riservata agli ufficiali ma che ospita anche i turisti quando non sono presenti i militari. Presso il centro abitato vi sono alcuni charpoy presso i quali fanno sosta le jeep da Gilgit. Dal ponte che valica il fiume verso nord partono la strada per Yasin ed un sentiero che successivamente volta in  direzione ovest, raggiunge i 5000 metri del passo di Chumarkhan e successivamente il passo di Zagar (m. 3730), che è posto un poco più a nord dello Shandur.

Poco dopo Gahkuch un ponte valica il fiume e da qui una strada si inoltra verso Imit e la valle di Ishkoman.

A Singal c'è un posto di controllo ed anche un tea shop, si procede quindi fino a Punial dove talvolta occorre registrasi presso il posto di polizia e quindi, passata la frazione di Buber, ed un ennesimo ponte sospeso si arriva all'oasi di Gilgit. La strada corre fra i muretti di recinzione dei campi e dei frutteti e finalmente si sbuca nel Rajah Bazaar di Gilgit.


dal 1° gennaio 2002

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