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15/11/2019 23:41:00

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Arte buddhista tibetana

Dei e demoni dell'Himalaya. Catalogo della mostra
AA.VV.

Editeur - Casa editrice

Electa Mondadori

  Asia
Tibet
Ladakh

Anno - Date de Parution

2004

Pagine - Pages

215

Titolo originale

The sculptural heritage of Tibet. Buddhist art in the Nyinjey Lam Collection

Lingua - language - langue

italiano

Edizione - Collana

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Arte buddhista tibetana. Dei e demoni dell'Himalaya

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The sculptural heritage of Tibet. Buddhist art in the Nyinjey Lam Collection

Arte buddhista tibetana Arte buddhista tibetana  

Questa mostra indaga gli aspetti più profondi di una cultura e di un'arte nei confronti delle quali si ha spesso una scarsa conoscenza storica, generalmente arricchita da elementi di ingenua attrazione per i suoi aspetti esoterici e rituali invece che per quelli filosofici ed estetici. Una completa rassegna di arte tibetana che vede, affiancate alle famose tempere su tela, un notevole repertorio di sculture bronzee e lignee, una ricca raccolta pubblica di copertine lignee dei grandi volumi del "Canone Buddhista Tibetano" e una serie di frammenti di decorazioni metalliche di antichi monumenti fortunosamente scampati alle distruzioni della Rivoluzione Culturale.

 

Consulta anche: Leggi il commento di Franco Rica alla mostra

Recensione in altra lingua (English):

The authors have written a very well-researched and thoughtful catalogue which explores thoroughly the many themes suggested by the works of art they approach; a terrific job in the difficult field of catalogue raisonne, where the scholar is forced to deal with a selection imposed arbitrarily. Particularly impressive is the wide selection of supporting material from other collections. The catalogue is well produced and the photos are clear.


Recensione in altra lingua (Français):

TORINO – PALAZZO BRICHERASIO: ARTE BUDDHISTA TIBETANA - Dei e demoni dell’Himalaya.

DAL 18 GIUGNO AL 19 SETTEMBRE 2004 A PALAZZO BRICHERASIO UNA DELLE PIÙ COMPLETE RASSEGNE DI ARTE BUDDHISTA TIBETANA FINORA PRESENTATA E, PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA, LA NYINGJEI LAM COLLECTION, CHE DOPO QUESTA ESPOSIZIONE TORNERÀ NEI DEPOSITI DELL’ASHMOLEAN MUSEUM DI OXFORD.

Il Tibet, paese così geograficamente distante da noi, e l’arte buddhista così lontana per la nostra mentalità occidentale, sono i protagonisti della mostra che dal 18 giugno al 19 settembre 2004 sarà ospitata nelle sale di Palazzo Bricherasio.
La mostra – una delle più complete finora presentate in Italia - offrirà al pubblico oltre 200 oggetti che permetteranno di avvicinarsi all’affascinante cultura tibetana e di approfondire anche quegli aspetti di attrazione per gli elementi esoterici e rituali che spesso vengono alla mente quando si parla del Paese delle Nevi.
Il fascino, la solennità, il mistero e la spiritualità di questo popolo non possono infatti essere disgiunti dalle manifestazioni artistiche: lo scopo fondamentale dell’arte è lo stesso del buddhismo e cioè la liberazione dell’uomo dal dolore e dalla sofferenza con il raggiungimento dell’Illuminazione, stato superiore di conoscenza della realtà trascendente.
Il nucleo più importante del percorso espositivo, che andrà a costituire una delle sezioni del nuovo Museo di Arte Orientale - la cui apertura è prevista nella nostra città per il 2006 - è dato dalla ricca collezione di Thang-ka (tempere su tela), di tavole lignee intagliate e dipinte (copertine dei volumi del Canone Buddhista) e di sculture in varie leghe a base di rame, a volte impreziosite da aggiunte di argento, oro e gemme incastonate.
Un altro notevole gruppo di opere è quello della Nyingjei Lam Collection, di proprietà privata, ma in deposito presso l’Ashmolean Museum di Oxford, che comprende circa ottanta piccole preziose sculture in rame, bronzo, argento e oro databili dal IX al XVI secolo, di grande rarità ed elevata qualità estetica.
Tra le sculture saranno presentati alcuni pezzi di particolare importanza:
· un Buddha in rame dorato, seduto nella posizione del loto e nell’atteggiamento del momento che precede l’Illuminazione. Si tratta di un’opera del XIII secolo, alta 60 cm., di squisita fattura,
· una grande statua di Bodhisattva in bronzo dorato, con il marchio dei laboratori imperiali cinesi del periodo Yongle (XIII secolo), opera di assoluta rarità proveniente dal Museo Cernuschi di Parigi,
· una statua in rame dorato proveniente da uno dei 18 stupa del grande centro monastico di gDan-sa-mthil, completamente distrutto durante la rivoluzione culturale. Sono note tre sole altre statue di questa provenienza, una delle quali nel Musée Guimet di Parigi e le altre due in collezioni private non accessibili.
Tra le numerose thang-ka sarà presentato anche un importante màndala – disegni che descrivono straordinari cosmogrammi, con la raffigurazione idealizzata dell’universo – e alcune thang-ka nere, rappresentazioni delle divinità terrifiche, del pantheon tibetano. Sarà inoltre esposta una grande pittura parietale dedicata a Padmasambhava, il principale fra i maestri che introdussero concezioni e pratiche del Tantrismo in Tibet.
Inoltre i visitatori potranno ammirare il testo completo di un volume del Canone Buddista Tibetano dell’inizio del XV secolo, scritto in oro su grandi fogli di colore blu-nero, con 12 miniature a colori. Il volume consta di 374 fogli compressi fra due copertine lignee intagliate e dorate.
Un itinerario, dunque, che permetterà di conoscere in maniera più completa questa civiltà e la sua cultura, oggi non più circoscritta solo tra le vette himalayane, ma dispersa nel mondo con i suoi contenuti universali.
All’interno della splendida cornice delle sale storiche è allestita la preziosa mostra della fotografa americana Sheila Rock, che dopo i successi di Londra e New York approda in anteprima in Italia. La Fondazione Italiana per la Fotografia in collaborazione con Studio Immagine, Milano, presenta "Sera. La via del monaco tibetano" progetto realizzato all’interno del Sera Monastery, uno dei più antichi monasteri buddhisti. Lo sguardo attento e discreto di Sheila Rock ci rende partecipi di momenti sacri e quotidiani, attimi dedicati al gioco e momenti di preghiera. In una parola il ritmo e il respiro della filosofia buddhista vissuta giorno dopo giorno, immutata nei secoli.


Recensione in lingua italiana

A proposito della Nyinjey Lam Collection.

La Nyinjey Lam Collection (che si traduce in “Il Sentiero della Compassione”) consta di 80 sculture in rame, bronzo, argento e oro, di piccole dimensioni, ma di elevata qualità estetica. È stata presentata in mostra nel 2002 dall’Ashmolean Museum di Oxford ed è stata affidata in deposito presso il Dipartimento di Arte Orientale del museo stesso diretto dal dottor Andrew Topsfield che ha generosamente accondisceso al prestito della Collezione per il suo inserimento nella mostra di Arte Buddhista Tibetana allestita presso la Fondazione Palazzo Bricherasio dal 18 giugno al 19 settembre 2004.

Anche il proprietario della collezione ha dato la sua piena approvazione all’iniziativa. Cittadino americano da decenni residente a Hong Kong, egli desidera tuttavia mantenere l’incognito, e questo suo volere è stato rispettato anche nella pubblicazione del volume “The sculptural heritage of Tibet. Buddhist art in the Nyinjey Lam Collection”, curato da David Weldon e Jane Casey Singer, che contiene il catalogo delle opere e al quale si rimanda per una più approfondita analisi storico-stilistica. (Laurence King Publishing, Londra 1999). Nella sua prefazione al volume il collezionista chiarisce come sia stato attratto all’arte buddhista tibetana dall’espressione serena dei Buddha, Bohisattva e Maestri che costituiscono gran parte della collezione e come sia stato confermato nell’impresa (protrattasi per oltre vent’anni) dallo studio dei testi buddhisti che mettono in luce come il punto di partenza sul sentiero della liberazione sia dato dalla “compassione” che si traduce nella lotta per liberare tutti gli esseri dalla sofferenza e dall’angoscia. A questa motivazione fondamentale ne associa un’altra, costituita dall’interesse e dalla simpatia per i Tibetani e per la loro situazione, per il loro modo di essere socievoli, dediti al racconto, al canto, alla danza e, di tanto in tanto, a “una buona bevuta”.

Le opere raccolte rappresentano un’eco significativa della grande impresa compiuta dai Tibetani fra l’undicesimo e il quattordicesimo secolo nel forgiare una propria tradizione artistica buddhista, incorporando aspetti provenienti dalle tradizioni dell’India, della Cina e dell’Asia Centrale e creando uno stile complesso, necessariamente sincretico e tuttavia ben definito e riconoscibile come stile nazionale tibetano. Nella collezione si possono distinguere tre parti, la prima delle quali è dedicata a sculture buddhiste risalenti al periodo dall’ottavo al nono secolo, originarie di India, Pakistan e Nepal e a sculture tibetane che riflettono indirizzi stilistici mutuati dall’India orientale, dal Kashmir e dalla Valle di Khatmandu. Va detto a questo proposito che è talvolta molto difficile distinguere fra opere ispirate a quegli stili e opere prodotte in quelle regioni. Va, d’altra parte, tenuto presente che spesso i Tibetani hanno prodotto copie di importanti immagini indiane andate poi perdute, cosa che costituisce un motivo di particolare interesse per gli studiosi di storia dell’arte.

La seconda parte contiene sculture più tipicamente tibetane, generalmente prodotte nei secoli immediatamente successivi al momento della cosiddetta “seconda diffusione del Buddhismo”, e cioè alla ripresa succeduta - intorno all’anno mille - al crollo dell’impero tibetano e al periodo di disgregazione politica e sociale che l’aveva seguito. E’ questo il periodo della fondazione dei primi grandi monasteri e della costituzione delle prime grandi scuole del Buddhismo tibetano. Ma anche questo gruppo di opere risulta spesso ispirato al modello indiano: proprio con il rinato fervore religioso numerosi pellegrini si recano alle terre del Buddha e i loro resoconti comprendono descrizioni ammirate dei santuari dell’India orientale e delle loro immagini. D’altra parte la costruzione di sempre nuovi templi e monasteri determina l’afflusso in Tibet di artigiani nepalesi, specialmente abili nella fusione e nella lavorazione dei metalli, cosicché molti degli oggetti prodotti in quel periodo possono essere dovuti sia ad artisti nepalesi, sia ad artisti tibetani formatisi alla loro scuola. Emergono tuttavia caratteristiche specifiche, meno rivolte alla sottigliezza e sensualità delle forme e più rivolte a vedere nel corpo umano un veicolo e uno strumento di spiritualità. Accanto a questa tendenza si afferma una crescente attenzione alle immagini di forme irate delle divinità, di cui il Tantrismo fa un importante mezzo di trasformazione delle passioni umane in energia rivolta alla liberazione.

La terza parte della collezione contiene splendidi esempi di ritratti che vanno dal dodicesimo al diciassettesimo secolo. Non si tratta più di forme umane completamente idealizzate, ma di vigorose rappresentazioni di grandi asceti e grandi maestri. L’accurata riproduzione dei loro tratti corporei e fisionomici costituisce agli occhi dei loro adepti il mezzo per una sorta di prolungamento della loro magica efficacia nel guidarli sulla via della salvezza. Questo atteggiamento era naturalmente fondato sul carattere sacro e sacramentale assunto dalla trasmissione da maestro a discepolo degli insegnamenti di tutti i più misteriosi e potenti cicli del ritualismo tantrico. La scultura di ritratti riflette inoltre anche gli sviluppi sopravvenuti nell’organizzazione ecclesiastica del Buddhismo tibetano, con la creazione di gerarchie e con l’emergere di grandi abati dotati di straordinario potere sia in campo religioso, sia in campo politico.

Franco Ricca

http://www.palazzobricherasio.it

Consulta anche: Leggi il commento di Franco Rica alla mostra